Femminili di professione
La terminazione essa è preferita a tutte le altre nell'uso comune, quando si debba estendere a donna o una professione o una dignità propria principalmente o soltanto maschile. Quindi da professore si fa professoressa; da canonico, canonichessa (non canonica che è invece il nome della casa parrocchiale); da esattore, esattoressa (e non esattrice); da avvocato, avvocatessa, e non avvocata che vale protettrice e si attribuisce quasi soltanto alla Madonna; da provveditore, provveditoressa e non provveditrice che avrebbe senso più generico; da medico, medichessa (e non medica che sarebbe appena tollerato in poesia), da procuratore, procuratoressa e non procuratrice.
Nomi astratti
per il concreto
L'uso di un sostantivo astratto invece di un concreto, o di un astratto derivato invece di un altro primitivo, specialmente in senso individuale, non collettivo, è in pochi casi conforme all'indole della nostra lingua, benché oggi, ad imitazione del francese, se ne faccia molto abuso. Sono da evitare, ad esempio, notabilità, celebrità, per uomo o uomini notabili, celebri; individualità per individuo illustre; esistenza per una persona esistente (per esempio ho perduto le più care esistenze che avessi); idealità per idea; novità per oggetti nuovi; specialità per cose o oggetti speciali; e quello che è peggio, viabilità per le vie. Di astratti passati in collettivi se ne usano parecchi, come gioventù per i giovani; servitù per i servi ecc. e si tollera pure umanità per gli uomini in generale.
Nomi propri abbreviati
I nomi propri di persona nel parlare familiare, nelle commedie e nei dialoghi più confidenziali si usano spesse volte accorciati per vezzo e per lo più con assimilazione della penultima sillaba all'ultima. Alcune delle più frequenti abbreviature sono Gigi per Luigi; Cecco per Francesco; Gianni o Nanni per Giovanni; Beppe o Geppe per Giuseppe; Tonio o Togno per Antonio; Cencio per Vincenzo; Maso per Tommaso; Betta per Elisabetta; Gegia per Teresa; Gigia per Luisa; Nena per Maddalena, ed altre. Non parliamo di quelle abbreviature che sono ormai riguardate come nuovi nomi; per esempio Corso da Accurzio, Manno da Alamanno, Neri da Ranieri, Nuto da Benvenuto, Vieri da Olivieri, Gino da Ambrogino, Cino da Guittoncino; le quali per conseguenza si conservano sempre.
Nomi propri al plurale
I nomi propri di persona si possono adoperare in plurale nei seguenti casi:
per indicare più persone dello stesso nome
per maggiore enfasi, e per mettere un personaggio più in evidenza. Al quale uso corrisponde nel singolare l'uso del nome proprio con l'articolo indeterminato un.
quando il nome proprio è adoperato come tipo d'una classe di persone, d'una virtù, d'un vizio ecc. (figura d'antonomasia).
quando si vuole indicare col nome dell'autore quello dell'opera da lui fatta o messa in luce; per esempio vidi tre Raffaelli, possiedo cinque Danti, ho dodici Aldi, per dire: tre quadri di Raffaello Senzio, tre copie della Divina Commedia, dodici edizioni di Aldo Manuzio.
Anche i nomi propri geografici si fanno talvolta al plurale.
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