Concordanza
§ 2. Concordanza. Quando il predicato della proposizione attributiva si riferisce immediatamente o mediatamente ad un pronome personale puro di prima o seconda persona (io, tu, noi, voi) contenuto nella principale, si accorda, quanto alla persona del verbo, con esso. Immediatamente. Io che gioir di tal vista non soglio. Petrarca. – O tu che onori ogni scienza ed arte. Dante. – Voi che intendendo il terzo ciel movete. Dante. – Mediatamente (per mezzo di un predicato nominale). I’ mi son un che, quando Amore spira, noto, ed a quel modo Che detta dentro, vo significando. Dante. – Noi siam galantuomini che non vogliam fargli del male. Manzoni.
Se però nella costruzione mediata si volesse porre il predicato della proposizione principale in maggior luce del soggetto, si può, per eccezione, uscire da questa regola. Oh! se’ tu quel Virgilio e quella fonte Che spande di parlar sì largo fiume? Dante. – Corisca son ben io, ma non già quella, Satiro mio gentil, ch’ agli occhi tuoi Un tempo fu sì cara. Guarini.
Talora, massimamente in verso, il pronome personale puro, con cui il relativo si accorda, è implicito in un pronome possessivo. Molto più felice l’anima della Simona, quant’è al nostro (di noi) giudicio, che vivi dietro a lei rimasti siamo. Boccaccio. – Se del consiglio mio (di me) punto ti fidi Che sforzar posso, egli è pur il migliore Fuggir vecchiezza. Petrarca
Talora il pronome relativo sta in plurale dopo un nome singolare. Innanzi che fosse terminata questa lite (le quali in corte di Roma non pare che abbian mai fine) ecc. Varchi
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