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con sostantivi (preceduti da un) indicanti cosa tenuissima, invece di nulla, o aleuna cosa: un’acca, un ette, un iota, un frullo, un fico ecc. e (senza un) cica; p. es. non vale un’acca, non manca un ette, non ne so cica, non me n’importa un frullo o un fico;
con sostantivi indicanti pure cosa piccolissima, ma posti a mo’ d’avverbio. Tali sono mica (propriam. una briciola) e punto. Son novelle, e vere, non son mica favole. Firenzuola. – La somma bontà del re cristianissimo non mi ha punto ingannato. Casa.- Senza punto pensare, disse questa novella. Boccaccio. — Punto nell’uso parlato, più che nelle scritture, è divenuto anche pronome, e si usa sempre in proposizione negativa o interrogativa; p. es. non ho punta voglia di lavorare. Non ho punti quattrini. Ne hai pochi o punti? Non ho punto pane. E con di partitivo. Non ho punto di pazienza. (Vedi P. I, cap. X, § 31).
§ 9. Anche nulla e niente assumono spesso senso avverbiale. E nulla sbigottisce. Tasso. – Niente si mosse. Boccaccio.
Anche l’avverbio già rafforza l’avverbio non, nè. Non già, come credi, Dicea, son cinta di terrena veste. Tasso.
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