Preposizioni improprie
§ 23 Le PREPOSIZIONI IMPROPRIE (vedi P. I, capitolo XXVI, § 11) si pospongono non di rado, specialmente in poesia, al loro nome retto da preposizione propria; p. es. a te d'appresso, con loro insieme, da questa cosa in fuori. A seder vanno al crudo re davanti. Tasso. - Ruppesi intanto di vergogna il nodo Ch'alla mia lingua era distretto intorno. Petrarca. (Cfr. quello che dicemmo delle preposizioni usate avverbialmente, nella P. I, cap. XXVI, § 14).
Preposizioni costruite con infinito
§ 24. Le PREPOSIZIONI COSTRUITE con un infinito possono interporre avverbii di quantità o di maniera, massimamente quando siano brevi; p. es. per ben riuscire, a meglio intendere, per così dire, per più patire, per meno arrischiare, far proposito di non più peccare, senza punto pensare, senza molto riflettere ecc. Senza più aspettar lasciai la riva. Dante. - Signori, le guerre di Toscana si soleano vincere per bene assalire. D. Compagni.
È frequente negli antichi l'interporre fra la prep. e l'infinito oggetti e complementi varii; p. es. Io parlo per ver dire. Petrarca. - Per di fronde velare i sacri altari. Caro. - Tu eri di mercè chiamar già roco. Petrarca. - Venite a noi parlar. Dante. - Con recisa risposta di mai per lor niente voler fare .... se li tolse d'addosso. Boccaccio. - Montano, senz'altri preghi aspettare, incominciò a cantare. Sannazzaro.
Si usa bene anch'oggi: senz'altro dire, senz'altro fare e sim.
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