Pillole linguistiche

a cura del dott. Fausto Raso


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Genere del nome (come si riconosce)


Il genere , in linguistica, è quella categoria grammaticale in base alla quale nomi, aggettivi e pronomi sono distinti in maschili e femminili (o in maschili, femminili e neutri). Questo genere è dato, per lo più, dalla desinenza con la quale finiscono tutte le parole.

In linea generale sono maschili i nomi terminanti in -o , femminili quelli che finiscono in -a , mentre quelli in -e possono essere tanto maschili quanto femminili.

Alcuni nomi, però, pure avendo una desinenza per il maschile e per il femminile, si assomigliano perché possono sembrare di genere mobile ( gatto, gatta; fanciullo, fanciulla ecc.), ma il loro significato è totalmente diverso perché sono vocaboli che non hanno nulla da spartire tra loro come, per esempio, il foglio e la foglia ; il cappello e la cappella ; il porto e la porta ; il punto e la punta.

Altri nomi, invece, pur avendo la medesima desinenza (tanto per il maschile quanto per il femminile) cambiano di significato a seconda che siano impiegati al maschile o al femminile ed è il caso — fra i tanti — del camerata (compagno) e della camerata ; del fine (scopo) e della fine (termine, conclusione); del pianeta (astro) e della pianeta (paramento liturgico); del capitale e della capitale (città sede del governo di un Paese).


16-01-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



Daccanto e da canto


L’avverbio daccanto , che significa presso, a fianco, vicino, accanto (camminavano l’uno daccanto all’altro) è diverso dal fratello da canto che vale mettere in disparte, da parte, in serbo: Giovanni ha messo da canto tutti i suoi risparmi.

C’è anche la forma apostrofata, d’accanto , che equivale a di torno : toglimi d’accanto questo turpe individuo. Si presti attenzione, dunque, a non confondere le diverse grafie e le diverse accezioni.

I vocabolari che abbiamo consultato non fanno queste distinzioni. Solo il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, fa alcuni distinguo, non dando, però, alla forma apostrofata (d’accanto) il significato di di torno. Si clicchi su: Dizionario RAI.it


13-01-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



Il talento


Talento significa — come recitano i vocabolari — ingegno, abilità, bravura, inclinazione per qualche attività o arte, intelligenza. Bene, diranno gli amici lettori: e con questo? Forse che non lo sapevamo? Certamente.
Forse non tutti sanno, però, che il talento, in origine, era una bilancia. Vediamo, quindi, cosa ha che fare la bilancia con il talento nell’accezione attuale di abilità e simili. Vediamo, insomma, come è nato il... talento.
Occorre prendere il discorso alla lontana e rifarsi al greco τάλαντον ( tàlanton ), che significa, per l’appunto, bilancia. Come accade sempre in tutte le lingue, il τάλαντον ( tàlanton ) — con il trascorrere del tempo — acquisì un significato estensivo e passò a indicare anche il peso che si metteva sulla bilancia.
Dall’idea di peso — sempre per estensione — lo stesso termine passò, un bel giorno, a indicare l’oggetto pesato e infine la maggior moneta pesata in quanto il valore delle monete era determinato dal peso effettivo del metallo. E siamo giunti, così, al talento nel significato di moneta.
Ancora un passo, di secoli però, e arriviamo al talento nell’accezione di ingegno, capacità intellettuale , che il termine ha acquisito — nell’uso metaforico — grazie al Vangelo di Matteo (XXV, 14—30, la parabola dei talenti): « Avverrà come di un uomo il quale sul punto di mettersi in viaggio chiamò i suoi servi e consegnò loro tutti i suoi beni. A uno dette cinque talenti, a un altro due, a un terzo uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e poi partì ».
Sappiamo benissimo come andò a finire: solo i primi due seppero come far fruttare i talenti (monete), il terzo se lo tenne in tasca senza farne nulla. Quando il padrone tornò ebbe parole lusinghiere per i primi due e di rimprovero per il terzo, togliendogli anche il talento che gli aveva dato in quanto « a chi ha sarà dato di più, e egli sarà in abbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha ».
È evidente che nella parabola di Marco i doni stanno a indicare i doni elargiti dall’Onnipotente, doni che si moltiplicheranno in tutti quelli che sapranno farne buon uso; rimarranno, invece, sterili in coloro che tale uso non sapranno farne.
È altresì evidente, però, che nella predetta parabola il talento ha anche, e forse soprattutto, il significato metaforico di capacità intellettuale, abilità, ingegno che, come dice il Manzoni, « imprime una forma durevole anche alle cose che non avrebbero per sé ragion di non durare ».
Etimo.it - talento


12-01-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



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