Rubrica di lingua italiana a cura di Fausto Raso
La paginaDa queste colonne abbiamo sempre sostenuto l’importanza della scienza etimologica e abbiamo esecrato il fatto che questa scienza non sia tenuta nella dovuta considerazione: la scuola – per quanto ne sappiamo – la ritiene, nei migliori dei casi, la cenerentola della linguistica. Non deve essere così, amici. Questa scienza ci fa scoprire delle cose... sorprendenti. Ci permette di scoprire, per esempio, che la pagina del giornale che leggete ogni mattina in autobus ci riporta al mondo rurale. La pagina, infatti, non è altro che il latino pagina(m), derivato del verbo pangere (piantare, conficcare). I nostri antenati Romani chiamavano paginam una pianta, specialmente quella delle viti. Questo stesso nome fu dato, con il trascorrere del tempo, a un insieme di righi di scrittura e, per estensione, al foglio di carta che li conteneva. Perché? Il motivo è più semplice di quanto si possa immaginare: a coloro che erano abituati ai lavori agricoli il foglio scritto appariva simile a un... campo con tanti filari. Da pagina abbiamo la pagella, cioè una piccola pagina dove sono riportati i voti ottenuti dagli studenti in ogni materia. C’è ancora qualcuno che sostiene la barbosità dell’etimologia? Il linguista Pianigiani, però, dà un’altra versione. Decidete voi, cortesi amici, quale ritenere più veritiera. etimo.it 11-03-2010 Autore: Fausto Raso permalink | |
La mecenatessaStupisce il constatare che alcuni grandi scrittori (a proposito: chi stabilisce la grandezza?) sono soliti fare il femminile di mecenate: mecenatessa. La cosa sconcerta veramente. Come è possibile che costoro non sappiano che Mecenate, da nome maschile proprio, è diventato nome comune atto a indicare il protettore degli artisti? E in quanto sostantivo non può essere aggettivato? Mecenate, insomma, resta maschile anche se si riferisce a una donna. Chi non sa, infatti, che Mecenate era un importante consigliere di Augusto e influente protettore di letterati e artisti? Il nome, quindi, come dicevamo, da proprio è divenuto comune ed è passato a indicare, per antonomasia, ogni munifico protettore e benefattore di poeti e artisti in genere; ma maschile era e maschile deve rimanere. In compenso si può pluralizzare: i mecenati. Personalmente saremmo propensi, invece, per la forma maschile invariata: i mecenate. È lo stesso caso, amici lettori amatori della lingua, di sosia e soprano: riferiti a una donna debbono rimanere nella forma maschile. Il primo perché, come mecenate, era un nome proprio di persona, esattamente era il nome di uno schiavo; il secondo perché nacque solo per essere riferito a un uomo. Alcuni così detti grandi scrittori trasgrediscono la legge e dicono la soprano; voi, se volete parlare e scrivere bene, fate vostre le parole dantesche: «Non ti curar di loro, ma guarda e passa». 10-03-2010 Autore: Fausto Raso permalink | |
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Epidemia influenzaleVogliamo vedere, cortesi lettori, che cosa è questa influenza che ogni anno costringe a letto migliaia di persone procurando un danno incalcolabile all’intera economia nazionale tanto da essere considerata, se non cadiamo in errore, una malattia sociale? Dal punto di vista linguistico, ovviamente, perché quello medico è noto a tutti; se non altro basta consultare un qualunque vocabolario e leggere alla voce in questione: «malattia epidemica infettiva acuta, contagiosa, delle vie aeree superiori, di origine virale. Si manifesta con febbre associata ad infiammazione anche delle vie digerenti». Questo, appunto, il significato scoperto, cioè quello medico. E quello coperto, cioè linguistico? Perché, dunque, influenza? Che cosa influisce sul nostro organismo? Per scoprirlo occorre rifarsi – come quasi sempre in fatto di lingua – al padre del nostro idioma, il nobile latino. Per l’esattezza al verbo influère passato in lingua volgare (l’italiano), con cambio di coniugazione, nella forma a tutti nota, influire. Il verbo latino influère, dunque, composto con il prefisso in- (dentro) e fluère (scorrere, fluire) alla lettera significa scorrere dentro: in quel luogo influiscono (scorrono dentro) due fiumiciattoli. Questo verbo (influire) fu adoperato, in seguito, dagli studiosi di astrologia del Medio Evo i quali con influire intendevano lo scorrere, in senso figurato, dei raggi stellari sulle persone esercitando un’azione negativa o positiva sulla natura e sul destino degli esseri umani. Ed è attraverso quest’ultimo passaggio semantico che è nato il significato estensivo che oggi si dà comunemente al verbo influire: «agire direttamente o indirettamente su qualcuno in modo da determinare particolari effetti o conseguenze; agire con una certa autorità sopra una persona, determinando a nostro piacimento gli sviluppi o le azioni». Da influire è stato fatto, con il trascorrere del tempo, il sostantivo influenza che, in senso proprio, è lo scorrere di un liquido in qualche cosa e, in senso figurato, l’azione esercitata da qualcuno su luoghi, persone o fenomeni: «la forte personalità della madre influenzò, per tutta la vita, il carattere del figlio». A questo punto il vocabolo influenza fa la sua trionfale entrata nel linguaggio medico e acquisisce il significato di «malanno che scorre dentro l’organismo umano»: un germe patogeno che influenza il nostro corpo. Aggiungiamo, per curiosità, che il vocabolo fatto proprio dai medici italiani si è diffuso in tutta Europa, specialmente dopo l’epidemia influenzale del secolo XVIII che, oltrepassando gli italici confini invase dapprima la Francia poi, via via, gli altri paesi del vecchio Continente. Visto che siamo in argomento, due parole due sul termine epidemia. Nel linguaggio medico è una «malattia contagiosa che ha una causa comune ed è estesa a molte persone»; mentre in senso figurato è «qualsiasi fenomeno caratterizzato da larga diffusione». Il vocabolo, guarda caso, è di provenienza greco-latina, επιδήμιος (epidèmios, proprio del popolo, che vive in mezzo al popolo). Il termine è composto, infatti, con επί- (epi-, in, sopra, in aggiunta) e δήμος (demos, popolo), quindi generale, pubblico. Potremmo dire, insomma, stando all’origine del termine, che l’epidemia è una malattia pubblica e, appunto, perché pubblica attacca nel medesimo tempo e nel medesimo luogo un gran numero di persone. Il vocabolo, per estensione, si applica anche nei confronti del mondo animale. 09-03-2010 Autore: Fausto Raso permalink | |
Le nozze "pseudoreali"Gli urli del professor Bissoni rimbombarono in tutti i corridoi della scuola: il solito Carlino ne aveva fatta un'altra delle sue. In una ricerca di storia aveva scritto, affidandosi alla fantasia, che le nozze morganatiche sono così chiamate dal nome della fata Morgana perché si celebravano in un'isola paradisiaca, sotto l'alto patrocinio, appunto, della fata Morgana (mitica figura medievale). Sulle prime il professore fu preda di uno scoppio di ilarità, poi di un accesso di rabbia ripensando alle sue fatiche che – per la mente di Carlino – erano andate sprecate; infine ritornò in sé e pazientemente riprese a spiegare. Con il termine morganatico si indica, innanzi tutto, il matrimonio contratto tra due aristocratici di rango diverso: lo sposo dà alla consorte non la mano destra, sibbene la sinistra; il coniuge di rango inferiore non può assolutamente partecipare agli onori dell'altro coniuge: i figli nati da un matrimonio di questo tipo non possono succedere nei titoli e nei diritti di quest'ultimo (nobile di rango inferiore). Tale termine deriva dal tedesco morgen gabe (dono del mattino), divenuto in latino medievale morganaticus. Questo regalo era così chiamato perché il mattino successivo alle nozze il marito – in presenza di parenti ed amici – faceva alla moglie un dono con il quale attestava l'onorabilità della sposa. In caso contrario poteva essere ripudiata. Con il trascorrere del tempo e soprattutto attraverso il cristianesimo l'istituto si trasformò: aumentò l'entità del dono che fu regolata da un'apposita legge e infine scomparve perché la Chiesa non ammette l'eventuale ripudio. Nell'età moderna questo tipo di nozze – non menzionate nel Codex iuris canonici – trovò applicazione soltanto tra le famiglie regnanti. Da rilevare, ancora, che prima della scomparsa di questa istituzione il dono morganatico divenne una contropartita che il marito offriva alla moglie di secondo letto e ai suoi figli con il patto, però, che ad essi non sarebbe spettato null'altro delle sue sostanze. A questo punto, qualche navigatore appassionato di linguistica si domanderà perché abbiamo scritto urli del professor Bissoni e non urla. Il plurale di urlo non è – come molti credono – indifferentemente urli o urla. C'è una notevole differenza: urli riferito agli animali e urla riferito alle persone. Avremmo dovuto scrivere, quindi, le urla del professore. La legge grammaticale stabilisce, però, che il plurale di urlo è urli se riferito a una singola persona; urla se riferito a più persone, cioè collettivamente. Diremo, per tanto, gli urli di Giovanni e le urla degli amici. Stesso discorso per quanto attiene al plurale di grido: i gridi di Giovanni, le grida dei fanciulli. 08-03-2010 Autore: Fausto Raso permalink | |
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