Pillole linguistiche

a cura del dott. Fausto Raso


Indice articoli

Essere fuori di Bologna


Ci scrive Francesco V. da Grosseto: «Gentilissimo dott. Raso, questa mattina mi sono imbattuto, leggendo un libro di qualche anno fa, in un’espressione mai sentita: “Non devi dare ascolto a ciò che dice Giovanni, perché è fuori di Bologna”. Dal contesto la città di Bologna non c’entrava affatto. Le sarei grato se volesse spiegarmi il significato della locuzione. Grazie e complimenti vivissimi per la sua opera in difesa della lingua italiana».

Cortese Francesco, la locuzione — desueta per la verità — sta a significare che quella persona, nel caso specifico Giovanni, non è degna di fede perché ritenuta un essere sciocco. Cosa c’entra, dunque, Bologna con la “sciocchezza” di una persona? È presto detto.
Come si sa, il capoluogo emiliano è conosciuto come Bologna la dotta, la mater studiorum, e un tempo da ogni parte d’Italia e dall’estero moltissimi giovani vi si recavano per frequentare la sua università dalla quale uscivano dottissimitanto che le sue monete, anche quelle coniate sotto lo Stato Pontificio, recavano il motto Bonomia docet.
Essere fuori di Bologna, quindi, con il trascorrere del tempo ha acquisito il significato figurato di esser fuori della casa del sapere, della conoscenzae, pian piano, attraverso una degradazione semantica (cambiamento di significato) ha assunto l’accezione di essere uno sciocco, perché fuori della città del sapere, appunto.


28-06-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



Procedere...


Ancora un verbo, procedere, che a nostro modo di vedere viene spesso adoperato in modo improprio, se non errato. Procedere, dunque, significa inoltrarsi, proseguire, avanzare e simili: in questo tratto di strada bisogna procederein fila indiana.

Spesso, dicevamo, si usa con un significato che non ha: provvedere, disporre, occuparsi, procurare, dotare, corredaree simili. Quest’uso distorto del verbo procedere si riscontra soprattutto nel linguaggio commerciale: la informiamo che abbiamo proceduto a spedirle quanto da lei richiesto.

In buona lingua si dirà: abbiamo provvedutoalla spedizione; abbiamo dispostola spedizione o locuzioni similari.

I vocabolari, però, ci.... smentiscono. Ma tant’è.


27-06-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



Single? No, pulcelloni


La maggior parte degli amici che ci seguono resteranno — o se preferite resterà — con gli occhi stranulati alla vista del titolo in oggetto: pulcelloni. E hanno perfettamente ragione in quanto nessun vocabolario (in nostro possesso) attesta questa voce, che non è affatto inventata e non fa parte, quindi, dei così detti neologismi. Resteranno con il famoso dubbio amletico se non ci affrettiamo, per tanto, a spiegare loro il significato e naturalmente l’origine del termine.
Prima, però, soffermiamoci un attimo (non attimino, per carità, dio ce ne scampi e liberi) su stranulato per portare a conoscenza dei nostri lettori una figura grammaticale poco conosciuta: la metatesi, vale a dire l’inversione di lettere o fonemi all’interno di una parola. Letteralmente significa trasposizione, derivando dal greco μετάθεσις, metàthesis, tratto da μετατίθημι (metatìthemi, trasporre).
Abbiamo, quindi, per metatesi: drentoper dentro; spengereper spegnere; straportoper trasportoe... stranulatoper stralunato. Con l’occasione invitiamo i moltissimi soloni della lingua a non sedere a scranna per ritenere strafalcioni quelle parole che in realtà sono solo termini metatesistizzati.
E torniamo a pulcelloni, che appartiene a quella schiera di avverbi in -oniche la storia della lingua ha condannato come desueti. Gli unici sopravvissuti sono bocconi, carponi, tentoni, cavalcioni, ginocchioni,
penzolonie pochissimi altri; tutti adoperati, però, in modo errato facendoli precedere dalla preposizione a: a cavalcioni, a tentoni ecc.
Gli avverbi non hanno alcun bisogno di essere sorretti dalla preposizione. Si dice, per caso, Pasquale camminava a lentamente? Perché, dunque, dobbiamo sentire una bestemmia linguistica come a cavalcioni? Ma non divaghiamo e torniamo a pulcelloni, che anticamente si riferiva all’amaro tempo (oggi, fortunatamente, non è più così) del nubilato: quella donna ha vissuto tutta la vita pulcelloni, vale a dire senza marito.
È veramente una iattura che la lingua moderna abbia messo in soffitta gli avverbi in -oni— ritenuti superati dal tempo — privilegiando i termini stranieri che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, inquinano in modo considerevole l’idioma di Dante e di Manzoni. Si dirà: la lingua, come tutte le cose, invecchia e occorre dare spazio a vocaboli nuovi. Giustissimo, ben vengano i nuovi termini, purché siano italiani, non barbari.
Che bisogno c’è di dire, infatti, che quella donna vive singlequando avevamo un avverbio, o se preferite un vocabolo, tutto italiano che rendeva perfettamente l’idea della donna non sposata, pulcelloni, appunto? Ma tant’è. Arrendiamoci, dunque, al “progresso linguistico” ma condanniamo fermamente il barbarismo dilagante.
È assurdo, infatti, il dover constatare il fatto che molti giovani di oggi (ma non solo essi) conoscano perfettamente (quasi) la lingua di Albione e restino atterriti davanti a parole come sdraioni, gironi, brancoloni, sdondoloni, tutti avverbi — come pulcelloni— ritenuti da alcuni lessicografi non degni di essere lemmati nei vocabolari (non tutti i dizionari, infatti, li registrano). Non crediamo di bestemmiare se sosteniamo che anche essi — per la parte che loro compete — sono altamente responsabili dell’impoverimento della nostra lingua.
E a proposito di pulcelloni— che etimologicamente viene da pulcella(fanciulla) — sentite quanto scrive il trecentista Donato Velluti (Cronica domestica): «...Le dette Cilia e Gherardina non si maritarono; stettono un gran tempo pulcelloni, con isperanza di marito...».
Oggi vivere pulcelloni, che significa anche non avere alcun rapporto matrimoniale, sembra non avere più importanza, ma quando l’avverbio nacque ne aveva (e come!) tanto che fu coniata anche un’altra parola (riferita sia agli uomini sia alle donne) per indicare le persone non sposate: pinzochero (con il femminile pinzochera) termine fortunatamente non ripudiato dai vocabolari.
L’etimologia della parola è incerta: forse da bizzoco, membro d’una setta che seguiva la regola di S. Francesco, ma vivendo da eremita. Per estensione, quindi, il termine passò a indicare tutte le persone che non erano sposate in quanto spiritualmente vivevano da eremita. Si clicchi QUI.


26-06-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



 Indice articoliArticoli precedenti