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Guido Gozzano
(✶1883   †1916)

La Società della cultura

Per quanto si fosse iscritto alla Facoltà di legge, a parte la sala da ballo del circolo studentesco «Gaudeamus igitur», Gozzano preferì frequentare i corsi di letteratura, tenuti allora da Arturo Graf - il quale, oltre che nelle regolari lezioni riservate agli studenti, era impegnato anche in pubbliche conferenze tanto nelle aule universitarie, le cosiddette «sabatine», che nelle sedi della rivista «La donna» - e la Società della cultura, un circolo sito dapprima nella Galleria Nazionale di via Roma e poi, dal 1905, traslocato nell'attuale via Cesare Battisti, a fianco di Palazzo Carignano.

Fondata nel 1898 da un gruppo di intellettuali, tra i quali si ricordano Luigi Einaudi, Guglielmo Ferrero, Gaetano Mosca, Giovanni Vailati e l'astronomo Francesco Porro de' Somenzi, la Società voleva essere una biblioteca circolante che fornisse le pubblicazioni letterarie più recenti, una sala di lettura di giornali e riviste e un luogo di conferenze e di conversazione, secondo una visione positivistica della circolazione della cultura, fatta d'intenti pedagogici e di scambi di esperienze professionali.

Tra i frequentatori più anziani o già affermati nel panorama culturale di quegli anni, si notano il critico letterario e direttore della Galleria d'Arte Moderna Enrico Thovez, gli scrittori Massimo Bontempelli, Giovanni Cena, Francesco Pastonchi, Ernesto Ragazzoni, Carola Prosperi, il filologo Gustavo Balsamo Crivelli e i professori Zino Zini e Achille Loria; anche Pirandello vi farà qualche comparsa. Nell'immediato dopoguerra vi parteciperanno, con altro spirito e diverso intento, Piero Gobetti, Lionello Venturi e Felice Casorati.

Gozzano vi diviene, secondo la definizione dell'amico giornalista Mario Bassi, il capo di una «matta brigata» di giovani - formata, tra gli altri, dai letterati Carlo Calcaterra, Salvator Gotta, Attilio Momigliano, Carlo Vallini, dal giornalista Mario Vugliano - che disturba la pace studiosa dei soci con il chiasso delle conversazioni a voce alta e l'impertinenza degl'improvvisati scherzi goliardici:: un'immagine di Gozzano che, per altro, sembra contrastare con quella, comunemente rilasciata, di giovane riservato, dai tratti aristocratici, molto gentile, sorridente ma che «non rideva mai, rideva quasi con sforzo».

Se la considerazione di Gozzano per quel circolo non è in sé lusinghiera - «La Cultura! quando me ne parli, sento l'odore di certe fogne squartate per i restauri» - è tuttavia per lui occasione di conoscenze che torneranno utili tanto al suo orientamento culturale quanto alla promozione dei suoi versi. Così, dal professore di filosofia Zino Zini sollecita indicazioni e chiarimenti sulle figure di un Nietzsche e di uno Schopenhauer, così consone al suo Decadentismo ribelle, nei quali ricercare «un vero che non fosse quello religioso».

Tuttavia matura lentamente in lui, insieme con una più seria, per quanto disincantata, posizione di sé nelle relazioni mondane, una più attenta considerazione dei valori poetici della scrittura, favorito dalla conoscenza dei moderni poeti francesi e belgi, Francis Jammes, Maurice Maeterlinck, Jules Laforgue, Georges Rodenbach e Sully Prudhomme su tutti, oltre che dal Graf delle Rime della selva e dall'influsso del Pascoli.

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«La via del rifugio»

Nel 1906, nella Società di Cultura, conosce Amalia Guglielminetti, con la quale inizia l'anno dopo una tormentata relazione: è un anno avaro di componimenti, dedito com'è al progetto di raccogliere in volume i suoi lavori, un impegno di selezione che comporta correzioni, rielaborazioni ed espunzioni di versi ormai divenutigli estranei.

Il risultato è il volume La via del rifugio, raccolta di 30 poesie, tra le quali spiccano La via del rifugio, che dà il titolo alla raccolta, Le due strade e L'amica di nonna Speranza, comparsa nell'aprile 1907 con molti refusi che resero necessaria una ristampa nell'agosto successivo.

Il libro è accolto favorevolmente dalla critica, con l'eccezione di Italo Mario Angeloni, che nel quotidiano cattolico Il Momento scrive, il 7 aprile:

«L'anima del poeta [...] simboleggia veracemente l'edificio e il frutto di una coltura perversa. Un ingegno educato alle visioni più delicate è qui chiuso in un corpo forse malato, certo corrotto dal più intellettuale e raffinato edonismo, che è davvero la morfina di molti discepoli della vita moderna. È un'anima guasta che merita un impetuoso e schietto rimprovero [....].

Ecco il giovine nella sua casa paterna, dissoluzione vivente tra dissoluzione di cose inanimate; egli osserva, vede, sente nel piccolo giardino....

«si rispecchia nel gran Libro sublime
la mente faticata dalle pagine,
il cuore devastato dall'indagine
sente la voce delle cose prime»

Scrive ancora l'Angeloni che Gozzano « è buono in fondo all'anima [...] ma è allo stremo d'ogni volontà. Scrive cose di una delicatezza indicibile: così che molti letterati gli invidierebbero dei poemetti come L'amica di Nonna Speranza; rampollano accanto alle empie parole del suo tragico spirito, buone voci di Galilea:

«Non fate agli altri ciò che non vorreste
fosse a voi fatto! Nella notte incerta
ben questo è certo: che l'amarsi è buono»
È dolorosa all'anima dei buoni questa torpida volontà di bene, che non ha muscoli per levarsi a volere: in fondo questo poeta è un fuorviato, non un cattivo; è un inerte morale [...]. Certo però è una personalità che va distinta dai consueti scrittorelli di rime. Condannando come empie alcune sue poesie, non posso negargli la simpatia per altre che fanno credere a un mb_substrato quasi francescano della sua anima. »
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Una nota della direzione del quotidiano del successivo 20 aprile giudica "severi ma non aspri" i giudizi dell'Angeloni, ma rincara la dose considerando La via del rifugio un libro «macchiato da tali immonde sozzure e turpitudini da doversi ritenere inutile qualsiasi ulteriore giudizio critico». Il 29 agosto Rina Maria Pierazzi, sulla rivista «Il Caffaro», rimproverando il «critico poco sagace» di averlo giudicato «un empio», considera invece la poesia di Gozzano «una pura vena di acqua sorgiva» e il Gozzano «uno dei fiori destinati a generare il frutto: ma sia "qual è" sempre nello spirito, come è nella forma che non imita e non ricorda nessun altro, cosa di altissimo valore in questi tempi in cui "la scuola" è di moda [....]».

All'Angeloni, Gozzano scrisse dalla Liguria il 10 giugno per suggerire alla sua attenzione il libro recente della Guglielminetti, Le Vergini folli, ironizzando sulle polemiche seguite all'articolo: «[....] questa spiaggia. È così deliziosamente cristiana con i suoi conventi di Clarisse e di Benedettini [....] I Benedettini mi conoscono, sanno che non credo in Dio, ma mi vogliono bene egualmente e non mi danno del porco: sono persone assai più educate e assai meno ciniche dei Direttori del Momento. (E Lei, povero Angeloni, com'è rimasto di quella tale rettifica? Mi dica un poco!)»

Positiva è anche la recensione di Francesco Chiesa apparsa il 15 maggio 1907 sulle colonne della rivista ticinese « Pagine libere », che pure non risparmia alcune critiche:

«Come opera d'arte, i versi di Guido Gozzano non mancano di mende e di errori. Errori d'espressione: impossibile accettare i «sapori scaltri», i «greggi sparsi a picco», la via che appare «come un nastro sottile d'alabastro». Errori di prosodia, tra i quali principalissimo l'inosservanza della regola dell'elisione. E talvolta il discorso s'affievolisce in una abbondanza troppo facilona. E talvolta lo scetticismo, generalmente discreto e simpatico, diventa brutale, estraneo alle ragioni dell'arte [....] Ma quanta vivezza d'ingegno nelle poesie in cui l'autore non si sforza, per amore d'eccentricità, di turbare l'armonia de' suoi sentimenti! Quale intima mistura di melanconia e d'arguzia, di ricordo e di desiderio, d'elegia e di canzonetta popolare in parecchi di questi componimenti!»

Per Giuseppe De Paoli, critico de « La Rassegna Latina ».

«Gozzano è il poeta dei viandanti che con l'anima illuminata di ricordi e colma di rimpianti cercano nell'aspre selve della vita quella via che meni a un calmo rifugio di pace e di serenità [...] poesia di pensiero [....] nutrita da una sottil vena di pessimismo [....]. Il verso è sempre nobile e robusto e sa piegarsi elegantemente nei più diversi e vari atteggiamenti. Il poemetto L'amica di Nonna Speranza è di una grazia e di una leggiadria incomparabili: può stare alla pari, senza perder nulla nel paragone, coi dolcissimi poemetti di Francis Jammes.»

Fonte: Wikipedia, l'enciclopedia libera

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