Pillole linguistiche

a cura del dott. Fausto Raso


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Cuccubeoni


No, gentili amici, siete in errore se pensate che questo vocabolo, finendo in -oni, faccia parte di quella schiera di avverbi tipo pulcelloni ripudiati dai vocabolari perché bollati come desueti e... inutili. In lingua nessuna parola è inutile.
Dobbiamo, però, rassegnarci di fronte a questo stato di cose e aprire il nostro “cuore” al progresso linguistico che — come tutti i processi — è inarrestabile. Guai, se così non fosse. Ci dispiace, però — e non vorremmo essere ripetitivi — constatare il fatto che in nome del progresso, linguistico naturalmente — i dizionari chiudano le porte a molte parole che nel corso dei secoli hanno fatto la storia della nostra lingua.
È il caso di cuccubeoni (meglio cuccubeone) — non più riportato da buona parte dei vocabolari, appunto — che quando è nato indicava una maschera carnevalesca, di moda nella Firenze medicea. L’etimologia non è molto chiara, anzi sconosciuta.
Si sa che è un nome, scaturito dalla fantasia popolare, con il quale si indicava una maschera mostruosa e da far paura, come ci è dettagliatamente descritta dal Lasca, pseudonimo dello scrittore fiorentino Anton Francesco Grazzini (uno dei fondatori dell’Accademia della Crusca), nella novella sesta della seconda Cena (raccolta di 12 novelle, raccontate in tre serate da cinque giovani e cinque donne e che hanno per argomento beffe, avventure d’amore, storie comiche e tragiche):
«E in su la vetta della croce era una mascheraccia contraffatta, la più spaventosa cosa del mondo, la quale in cambio d’occhi aveva due lucerne di fuoco lavorato, e così una per bocca, che ardevano tutte, e gettavano una fiamma verdiccia molto orribile a vedere; e mostrava certi dentacci radi e lunghi, con un naso schiacciato, mento aguzzo, e con una cappelliera nera ed arruffata, che avrebbe messo paura, non che a Caio e al Bevilacqua, ma a Rodomonte e al conte Orlando; e in su quelle pile vuote che riescono in Arno rasente le sponde, l’uno di qua e l’altro di là stavano così divisati in agguato e alla posta; e questi animalacci così fatti erano allora chiamati ‘cuccubeoni’».
Questi cuccubeoni, dunque, erano acconci a ordire beffe e quindi utili in qualunque stagione della Firenze dei Medici: andavano a spreco durante il carnevale, frammisti ad altri animalacci mostruosi allestiti per l’occasione. Il termine piacque moltissimo e fu affibbiato per secoli alle persone dall’aspetto poco... rassicurante e registrato nei vocabolari fino a quando — non si sa perché — qualche “Pierino della lingua” decise, motu proprio, che il vocabolo era superato dai tempi e andava, quindi, messo in soffitta.
Noi, ci sia consentito dirlo, non la pensiamo affatto così e riteniamo che i vocabolari debbano attestare tutti i termini del nostro idioma e specificare, eventualmente, che si tratta di una voce desueta.
E a proposito di voci desuete, come non ricordarne un’altra — anch’essa relegata in soffitta — che si riferiva a persone che potremmo definire mostri: tantafèra. Vediamo assieme la sua nascita e la sua... morte.
Questo termine, dunque, presenta due accezioni distinte (una sola, però, snobbata dai compilatori dei vocabolari). La prima si ricollega a cuccubeoni perché con tantafèrasi indicava uno spauracchio che compariva nelle mascherate del carnevale. Sempre secondo il Lasca sarebbe un nome composto con tantae con fera in cui tanta sta per sì grande e fera per fiera, cioè animale. Alla lettera, quindi, la tantafèra è una grandissima fiera, cioè un animalaccio, un mostro.
L’altra accezione — questa sì registrata nei vocabolari — si riferisce a una persona che potremmo definire logorroica in quanto la tantafèra (o tantaferàta) è un ragionamento, un discorso lungo e noioso, vuoto e sconnesso.
I lettori toscani dovrebbero ben conoscere questa voce popolare nata nella loro terra, anche se l’etimologia è incerta e non ha nulla che vedere con l’altra tantafèra, cioè con l’animale. Secondo alcuni linguisti proverrebbe dalle voci tedesche tand, inezia, e thuhe, carrettata.
Alla lettera, dunque, tantafèra o tantaferàta varrebbe una carrettata d’inezie. Proprio come le carrettate di coloro che parlano a lungo e a sproposito.
Libri in cui si può trovare cuccubeoni.


23-06-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



Capitolare...


Ci scrive Ottavio L. da Ravenna: «Cortese dott. Raso, la seguo da tempo e trovo le sue noterelle oltre che interessanti utilissime e impareggiabili. Le scrivo per una curiosità. Perché si dice “capitolare” quando qualcuno si arrende al nemico? Che cosa c’entrano i capitoli? Grato se vorrà rispondermi».

Gentilissimo Ottavio, le potrà sembrare strano, ma i capitoli, in un certo senso, c’entrano.
Il vocabolo in questione, inoltre, oltre che verbo è anche aggettivo e sostantivo.
Molto meglio di me, le “risponderanno” Ottorino Pianigiani e Aldo Gabrielli, cliccando su
capitolare.


22-06-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



CassApancheo cassEpanche?


Abbiamo notato, con un certo stupore, che la quasi totalità dei vocabolari sostengono (o sostiene, se preferite) che il plurale di cassapanca può essere tanto cassapanche quanto cassepanche.

A nostro modo di vedere disattendono una regola grammaticale secondo la quale i nomi composti di due sostantivi dello stesso genere (cassa, femminile e panca, femminile) formano il plurale mutando la desinenza solo del secondo componente. Avremo, quindi, cassapanche.

Questo il solo plurale legittimato dalla norma, così come riporta anche il DOP , Dizionario di Ortografia e di Pronunzia. E come sostiene, altresì, un padre della lingua, Aldo Gabrielli, dove nel suo Dizionario linguistico Moderno si può leggere: «Se i due sostantivi hanno il medesimo genere (entrambi maschili o entrambi femminili), di regola modificano nel plurale solo il secondo elemento: p. es., l’arcobaleno, gli arcobaleni; la cartapecora, le cartapecore; il pescecane, i pescecani; la madreperla, le madreperle...». Vediamo anche il vocabolario Gabrielli in rete cliccando su cassapanca.


21-06-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



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