Pillole linguistiche

a cura del dott. Fausto Raso


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Sdirazzare? No, dirazzare


Il verbo corretto non è sdirazzare (come si legge e si sente dire spesso) ma dirazzare che, come si può leggere in un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana, significa perdere i caratteri della propria razza tanto in senso fisico quanto in senso morale. In quest'ultimo caso si perdono le qualità morali della razza di appartenenza.
È un così detto verbo parasintetico, vale a dire derivato da un sostantivo con l'aggiunta di un prefisso e di un suffisso.
In questo caso il sostantivo è razza (l'insieme di individui appartenenti alla medesima specie, che si contraddistinguono per uno o più caratteri comuni, trasmissibili ai discendenti) con l'aggiunta del prefisso di(s)- (che indica allontanamento, separazione) e del suffisso -are, proprio dell'infinito presente dei verbi della prima coniugazione.
Nei tempi composti si coniuga con l'ausiliare avere. Si dirà correttamente, per tanto, che «Giovanni ha dirazzato».


31-03-2020 — Autore: Fausto Raso — permalink



Sostantivi festivi


Alcuni sacri testi grammaticali classificano certi sostantivi festivi quali Natale, Pasqua ed Epifania tra i così detti nomi difettivi, nomi, cioè, privi o di singolare o di plurale. Natale, Pasqua ed Epifania non avrebbero la forma plurale.

Francamente non riusciamo a capire perché dovrebbero essere solo singolari. Non diciamo, per esempio, tutti i Natali trascorsi insieme? Oppure, nei tempi andati non si era soliti, nelle Epifanie, fare dei regali ai vigili urbani? Ancora. Quante Pasque, amico mio, sono trascorse da quando ci conosciamo?

Naturalmente attendiamo gli strali del solito linguista d'assalto.

30-03-2020 — Autore: Fausto Raso — permalink



Passare in razza


A proposito di dirazzare, di cui abbiamo parlato giovedì scorso, per associazione di idee ci è venuto alla mente il modo di dire passare in razza. Questa locuzione è affine a quella latina promoveatur ut amoveatur (gli si dia una promozione per rimuoverlo).

Chi passa in razza, dunque? Colui (o colei) che viene insignito di un'alta carica puramente onorifica che in realtà, però, comporta l'allontanamento dai compiti importantissimi espletati dall'interessato. Si dice, insomma, di personaggi che vengono promossi di grado perché cessino di occuparsi di determinate e importanti attività.

L'espressione allude al trattamento riservato agli animali da competizione — in particolare cavalli e cani — i quali al tramonto della loro carriera agonistica vengono adibiti esclusivamente alla riproduzione; passano, quindi, in... razza. Di qui, per l'appunto, l'uso figurato della locuzione, adoperata anche in senso ironico o scherzoso.


27-03-2020 — Autore: Fausto Raso — permalink



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