Pillole linguistiche

a cura del dott. Fausto Raso


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Che pollèbro!


«Cortese dott. Raso,
seguo le sue noterelle fin dai tempi del Cannocchiale: leggendola ho imparato molte cose, soprattutto sono riuscito a penetrare nei segreti della nostra lingua. Grazie di cuore.
Le scrivo, sperando in una sua risposta, perché leggendo un vecchio libro, rinvenuto rassettando la soffitta, mi sono imbattuto in un vocabolo mai sentito: pollèbro. Ho consultato tutti i vocabolari in mio possesso (anche quelli in rete), ma del termine nessuna traccia. Saprebbe dirmi il significato del vocabolo incriminato?
Grazie in anticipo e un doppio grazie per la sua meritoria opera.
Giovanni F.
Moncalieri
»

Caro amico, grazie per le sue parole di apprezzamento; fa sempre piacere vedere che la fatica non è stata vana. Quanto alla sua domanda, ha ragione: la parola citata è stata relegata nella soffitta della lingua in quanto non più in uso.
Si adopera, anzi si adoperava il termine pollèbro per definire un uomo dappoco, un buonannulla: non ti rivolgere a Osvaldo, è un pollèbro! Il vocabolo, comunque, si trova qui.


13-12-2019 — Autore: Fausto Raso — permalink



Raddoppiamento (o rafforzamento) sintattico


Abbiamo visto, dunque, che la grafia corretta di sennonché è con due n perché il [se] richiede il così detto raddoppiamento sintattico. Vediamo, ora, sia pure succintamente, quali sono i termini che lo richiedono:
a) tutti i vocaboli che lo producono nella scrittura allorché entrano nella formazione di termini composti (a, che, da, e, fra, o, se, su, come, per esempio, accanto, abbasso, suddetto, seppure);
b) le parole che terminano con l'accento scritto;
c) tutti i sostantivi, aggettivi, e pronomi tonici che hanno accento proprio e contengono una sola vocale (tu, tre, re, blu, gru).
Vediamo, ora, perché questo fenomeno linguistico si chiama raddoppiamento sintattico o fonosintattico. Perché è un fenomeno di fonetica sintattica, appunto. Leggiamo dal vocabolario Gabrielli in rete: «fenomeno fonetico proprio della lingua italiana, spec. delle regioni centro-meridionali, consistente nel rafforzamento di alcune consonanti semplici in inizio di parola, pronunciate doppie quando si trovano dopo altre parole terminanti per vocale: ierisséra, bellommìo, ammàno».
La d di Dio, in questo contesto, è un caso particolare in quanto si pronuncia sempre rafforzata a prescindere dalla parola che la precede. A questo proposito si presti attenzione alla a, non si confonda, cioè la a, prefisso (arrivederci, per esempio) con la a privativa, che ha il compito di negare senza affermare il contrario e non ammette il raddoppiamento della consonante iniziale del vocabolo cui si unisce: apolitico, amorale.
Si eviti anche il deleterio vezzo di raddoppiare la consonante dopo il prefisso di; non si scriva, dunque, dippiù, ma dipiù (o di più). Ciò vale anche per dinanzi, che molti scrivono, erroneamente, dinnanzi, probabilmente per un accostamento analogico con innanzi il cui rafforzamento è apparente perché la doppia n risulta dalla fusione di in e della locuzione latina in antea già contratta in nanzi (in+in antea=in nanzi=innanzi). Dinanzi deriva, invece, dalla fusione di di e di nanzi).


12-12-2019 — Autore: Fausto Raso — permalink



Pericolo di sopravvivenza


I lettori che ci onorano di seguirci con assiduità e affetto sanno benissimo che nelle nostre noterelle grammaticali o linguistiche non risparmiamo colpi a nessuno, grandi firme comprese, quando notiamo che ciò che scrivono cozza contro le leggi grammaticali o contro il buon senso linguistico. La carta stampata ci ha abituati, ormai da tempo immemorabile, a leggere madornali marronate, ma noi non ci stiamo e le denunciamo.
Giorni fa, un quotidiano locale (che non citiamo per amor di patria) riferiva, nella cronaca cittadina, di un incidente automobilistico in cui le persone coinvolte erano state tutte ricoverate all'ospedale civico in pericolo di vita.
Se fossimo stati al posto di quei poveretti avremmo fatto tutti gli scongiuri possibili e immaginabili: il cronista — stando alla lingua — aveva scritto che sussiste il pericolo che possano vivere, quindi debbono morire. Ci spieghiamo meglio.
Pericolo di vita — se si conosce un pochino la madre lingua — significa pericolo di sopravvivenza, pericolo che (si) possa vivere. Si deve dire, per tanto, pericolo di morte, non di vita.
Sui tralicci dell'alta tensione i cartelli che indicano il pericolo recano scritto, infatti, pericolo di morte, non pericolo di vita. O siamo in errore?
Alcuni pseudolinguisti sostengono che pericolo di vita è la forma ellittica di pericolo di (perdere la) vita. Ci sembra un'aberrazione linguistica. Ma tant'è.


11-12-2019 — Autore: Fausto Raso — permalink



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