Pillole linguistiche

a cura del dott. Fausto Raso


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Aver la voglia del calcinaccio


Erano giorni e giorni che gli inquilini del piano di sopra facevano un baccano tremendo: avevano spostato tutte le pareti del proprio appartamento per cambiare la disposizione delle stanze al fine di conferire alla casa un aspetto più signorile.

I lavori si sarebbero conclusi tra breve con somma gioia del cavaliere che occupava l'appartamento sottostante. A lavori ultimati Mendace — il cavaliere — non poté trattenersi dall'esclamare: Vivaddio, alla signora Paolina è finita la voglia del calcinaccio! La moglie — che lo aveva sentito — lo riprese: Michele, Paolina non è mica incinta! cosa dici! Lo so — replicò il cavalier Mendace — è un modo di dire — anche se non molto conosciuto — e si dice delle persone che armeggiano sempre dentro casa; soprattutto di coloro — come nel caso di Paolina — che demoliscono e ricostruiscono in continuazione; si dice, insomma, di coloro che amano cambiare spesso la disposizione delle stanze dell'appartamento.


04-03-2021 — Autore: Fausto Raso — permalink



Solecismo


Il termine solecismo non è — come il suffisso -ismo farebbe pensare — una disquisizione filosofica sul... sole; il vocabolo, da non confondere con il barbarismo, è un grossolano errore di grammatica, di pronuncia e di sintassi.
Proviene, manco a dirlo, dal greco σολοικισμός soloikismòs, derivato dalla città di Soli, in Cilicia, dove si parlava un greco assai scorretto. I Greci, dunque, chiamarono solecismi tutte quelle parole che nella pronuncia, nella grafia e nei vari costrutti non rispecchiavano la purezza della lingua. Il termine è poi giunto a noi con lo stesso significato: grossolano errore.
Sono solecismi, vale a dire veri e propri errori, per esempio, più meglio, a gratis, vadi, venghi, un'uomo, coscenza, soddisfando, stassi, se mi darebbero, ce n'è molti, la meglio cosa, qual'è, ci ho detto, gli uovi, è bello come tu, autodròmo.
Potremmo continuare ancora essendo molti i solecismi riferiti alla pronuncia: zàffiro in luogo di zaffìro; rùbrica invece di rubrìca; leccòrnia in luogo di leccornìa; guàina in luogo di guaìna; mòllica invece di mollìca; persuàdere al posto di persuadére.
Potremmo andare avanti, ma non vogliamo tediarvi oltre misura e offendere i vari oratori che dai numerosi salotti televisivi ci propinano i loro sfondoni immortalati anche nei libri, che le persone accorte in fatto di lingua non compereranno mai.


03-03-2021 — Autore: Fausto Raso — permalink



Il più presto


Il più presto possibile o al più presto possibile? Questo dilemma tormenta da tempo alcuni nostri amici, da quando hanno notato che la televisione pubblica e alcune emittenti private non concordano circa la grafia contenuta in un videogramma che annuncia la ripresa delle trasmissioni. La prima scrive: “Le trasmissioni riprenderanno il più presto possibile”; le altre, invece, “Le trasmissioni riprenderanno al più presto possibile”.
A questo punto, ci domandava e si domandava un amico: Dando per corretta la prima versione, dovrò dire che il lavoro riprenderà l'alba?. Sciogliamo subito il dubbio: entrambe le versioni sono corrette. E facciamo anche la prova del nove: si può dire “le trasmissioni riprenderanno il più presto possibile” perché si può dire “le trasmissioni riprenderanno il 20 novembre; si può dire, altresì, “le trasmissioni riprenderanno al più presto...” perché non è errato dire “le trasmissioni riprenderanno alle 16.30”. Non esiste, dunque, una norma grammaticale, è solo questione di gusto.
L'avverbio di tempo presto nella forma del superlativo relativo diventa una locuzione avverbiale che può essere introdotta tanto dall'articolo il quanto dalla preposizione articolata al. Personalmente preferiamo al perché il complemento di tempo determinato è introdotto, generalmente, dalle preposizioni a, in, di, su, circa: verrò da te alle 17.00; le rose sbocciano a maggio; sarà qui in cinque minuti.
Al più presto possibile rispecchia fedelmente, per tanto, il predetto complemento di tempo determinato che... determina, appunto, sia pure approssimativamente, il tempo o il momento in cui l'azione espressa dal predicato si è svolta o si svolgerà. Si riconosce facilmente perché risponde alle domande sottintese quando?, in che momento? ed è rappresentato da un nome o da un'altra parte del discorso preceduta dalle preposizioni su accennate.
Può essere rappresentato anche da un solo avverbio (oggi, domani, ieri) o da una locuzione avverbiale (lì per lì). Può essere anche espresso, in alcuni casi, da un sostantivo preceduto dall'articolo: il pomeriggio; la sera; il mattino. Sono errate, quindi (anche se alcuni vocabolari...), le espressioni alla sera per la sera; al mattino per il mattino; al pomeriggio per il pomeriggio e via dicendo.


02-03-2021 — Autore: Fausto Raso — permalink



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