Pillole linguistiche

a cura del dott. Fausto Raso


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Un accento sballato, anzi spallato


Il cavalier Frontini lasciò lo studio medico sbattendo la porta: era terribilmente offeso. Il sanitario gli aveva diagnosticato un'anurìa che, in lingua italiana, significa mancanza di coda. Il medico aveva azzeccato la diagnosi, però, a causa dell'errata accentazione aveva offeso il paziente, un mostro in fatto di lingua.
Frontini soffriva, infatti, di anùria, cioè di una passeggera mancanza di orina. Questo termine, come la maggior parte dei vocaboli medici, proviene dal greco ed è composto con il prefisso negativo α- (alfa privativo) e con il sostantivo οὔρεσις, (ùresis, minzione) e deve conservare, quindi, la medesima accentazione della lingua di provenienza.
Da sottolineare, a questo proposito, che il prefisso a- dà alla parola cui è anteposto un valore negativo senza, però, affermare il contrario. Un uomo amorale, per esempio, è un uomo indifferente alla morale; un apolitico è un uomo che non si interessa di politica, un indifferente" alla politica.
Attenzione, però, amovibile non è formato — come molti erroneamente credono — con a- (alfa privativo), viene dal latino amovère e significa che può essere rimosso; il suo contrario è inamovibile.
Si presti molta attenzione, per tanto, agli accenti, si eviterà, così, di fare delle figure caprine, come è capitato al nostro medico. Molte persone, tra le più acculturate, vanificano anni e anni di studio perche i loro accenti sono completamente errati.
Alcuni, e tra questi dobbiamo annoverare — nostro malgrado — degli stimatissimi docenti di scuola media superiore (ma anche professori universitari) pronunciano rùbrica e non, come si deve dire correttamente, rubrìca, con l'accentazione piana. Eppure dovrebbero sapere che questo termine ci è giunto dal... latino. Deriva, infatti, dall'aggettivo ruber, rubri" (rosso).
Si veda anche la nota d'uso di "Sapere it".


10-12-2019 — Autore: Fausto Raso — permalink



Andare in oca


Quel giorno il prof. Siliconi peccò proprio di narcisismo linguistico — sbalordendo i suoi alunni — quando disse di non aver portato i componimenti di italiano, che aveva corretto a casa, perché era andato in oca. Per non tediarvi oltre diciamo subito, gentili amici blogghisti, che questo idiomatismo significa dimenticarsi, scordarsi.
Alcuni insigni Autori lo fanno derivare — ma noi, francamente, non vediamo il nesso e l'origine del modo di dire resta, sempre per noi, sconosciuta — dall'antico gioco dell'oca.
Questo si svolge tra più persone con due dadi e un cartellone dove sono disegnate, a spirale, da 63 a 90 caselle numerate; il punto segnato dai due dadi lanciati indica il numero delle caselle che il giocatore percorre in ogni giro; determinate caselle — particolarmente quelle che recano la figura di un'oca — comportano alcuni vantaggi, altre impongono soste e retrocessioni. Vince il giocatore che arriva primo alla casella finale.
Restando in tema di oche c'è da dire che non tutti sanno — forse — che questa parola adoperata come termine di similitudine, con evidente allusione alla proverbiale goffaggine, stupidità e rumorosità dell'oca, appunto, può essere riferita anche a un uomo: Giovanni è proprio un'oca!
In senso figurato, quindi, si dice che una persona (uomo o donna, dunque) è un'oca quando si vuole mettere in evidenza la limitata intelligenza e cultura, ma soprattutto la superficialità e presunzione.


09-12-2019 — Autore: Fausto Raso — permalink



Ciao


Ciao, amici lettori
Chi non sa che ciao, termine che le grammatiche classificano fra le interiezioni (parte invariabile del discorso che da sola esprime un vivace e improvviso sentimento dell'animo: paura, gioia, meraviglia, dolore, ansia, repulsione ecc.) è una forma familiare di saluto scambiato incontrandosi o accomiatandosi: ciao, come stai? Ciao, come va?
Si adopera anche a chiusura della corrispondenza fra parenti e amici: ciao, ti saluto e ti abbraccio. Si usa, inoltre, per esprimere una certa rassegnazione riguardo a una cosa definitiva e spiacevole: se ne andò con tutti soldi, e ciao! Pochi, forse, conoscono la sua origine.
Vediamo, dunque, come è nato questo "ciao". C'è da dire, innanzi tutto, che a dispetto dei detrattori dei vernacoli italiani, il ciao è un contributo che il dialetto veneziano ha dato alla lingua nazionale. Un tempo, infatti, questa particolare forma di saluto era adoperata esclusivamente nell'Italia settentrionale, nel Veneto in particolare.
Chi direbbe, però, di primo acchito, che questa parola veneziana non è altro che l'italiano schiavo? Perché proprio di schiavo si tratta. Sclavus nel tardo latino significava semplicemente slavo. In seguito per il fatto che in Germania, nell'Alto Medio Evo, alcune etnìe slave furono ridotte allo stato di servi, il termine acquisì l'accezione generica di servo, di schiavo.
Arriviamo, così, al Settecento. A Venezia — nel XVIII secolo — il termine schiavo, s'ciao in dialetto, era divenuto formula di omaggio e di riverenza: il prode cavaliere si profferiva servitore (s'ciao) nei riguardi della dama. Il signore si accomiatava dagli amici con un "vi son schiavo".
In men che non si dica s'ciao raggiunge rapidamente il Piemonte, la Lombardia, l'Emilia e per adattarsi alle labbra dei parlanti — durante il cammino — perde la s iniziale divenendo semplicemente ciao e con il trascorrere del tempo perde anche il valore etimologico originario divenendo formula familiare di saluto.


06-12-2019 — Autore: Fausto Raso — permalink



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