Dizionario Autori



Indietro Indice Autori Italiani

Guido Gozzano
(✶1883   †1916)

Guido Gustavo Gozzano (Torino, 19 dicembre 1883 – Torino, 9 agosto 1916) è stato un poeta italiano.

Il suo nome è spesso associato alla corrente letteraria post-decadente del crepuscolarismo. Nato da una famiglia benestante di Agliè, inizialmente si dedicò alla poesia nell'emulazione di D'Annunzio e del suo mito del dandy. Successivamente, la scoperta delle liriche di Giovanni Pascoli lo avvicinò alla cerchia di poeti intimisti che sarebbero stati poi denominati "crepuscolari", accomunati dall'attenzione per "le buone cose di pessimo gusto", con qualche accenno estetizzante, il "ciarpame reietto, così caro alla mia Musa", come le definì ironicamente lui stesso.

Morì a soli 32 anni, a causa della tubercolosi che lo affliggeva.

«Non amo che le rose che non colsi»
(Guido Gozzano, Cocotte)

Il nonno di Guido, il dottor Carlo Gozzano, medico nella guerra di Crimea, molto amico di Massimo D'Azeglio e appassionato della letteratura romantica del suo tempo, era un borghese benestante, proprietario di terre e di una villa in Agliè Canavese, la famosa Villa Il Meleto. Suo figlio Fausto (1839-1900), ingegnere, costruttore della ferrovia canavesana che congiunge Torino con le Valli del Canavese, dopo la morte della prima moglie, dalla quale aveva avuto già cinque figlie - Ida, Faustina, Alda, Bice e Teresa - sposò nel 1877 la diciannovenne alladiese Diodata Mautino (1858-1947).

continua sotto




Questa era una giovane donna con temperamento d'artista, amante del teatro e attrice dilettante, figlia del senatore Massimo, altro ricco possidente terriero, proprietario in Agliè di una vecchia e nobile casa e, nei pressi, della villa «Il Meleto», che vantava un piccolo parco racchiudente un laghetto nel cui mezzo sorgeva un isolotto: un tocco di esotismo era poi dato dal capanno, costruito di bambù intrecciati. Da questo secondo matrimonio nacquero Erina (1878-1948), Arturo e Carlo, morti prematuramente, Guido e infine Renato (1893-1970).

Guido fu il quartogenito della famiglia: nato il 19 dicembre 1883 a Torino, nella casa che i genitori possedevano in via Bertolotti 2, venne battezzato nella vicina chiesa di Santa Barbara il 19 febbraio con i nomi di Guido, Davide, Gustavo e Riccardo. Gozzano abitò in quattro diverse case nella città natale: poco dopo la sua nascita, in un palazzo fiancheggiante quello di un altro grande torinese, da lui diversissimo, Piero Gobetti, che Guido certamente non conobbe. Frequentò la scuola elementare dei Barnabiti e poi la «Cesare Balbo», con l'aiuto, svogliato com'era, di un'insegnante privata.

Gli studi liceali furono ancora più travagliati: iscritto nel 1895 al Ginnasio-Liceo classico «Cavour» , fu bocciato dopo due anni e venne allora mandato a studiare in un collegio di Chivasso; ritornò a studiare a Torino nel 1898, dove nel marzo del 1900 suo padre morì di polmonite: nella ricorrenza della sua morte, la Pasqua del 1901, a 17 anni Guido scrisse, dedicata alla madre, la sua prima poesia nota, Primavere romantiche, pubblicata postuma nel 1924. Le molte lettere all'amico e compagno di scuola Ettore Colla fanno comprendere i motivi delle difficoltà scolastiche di Gozzano, molto più interessato alle «monellerie» che allo studio.

Cambiate ancora due scuole, nell'ottobre del 1903 conseguì finalmente la maturità al Collegio Nazionale di Savigliano; è lo stesso anno in cui, sulla rivista torinese «Il venerdì della Contessa», pubblicò i primi versi, inevitabilmente dannunziani fin dal titolo: La vergine declinante, L'esortazione, Vas voluptatis, La parabola dell'Autunno, Suprema quies e Laus Matris, oltre al racconto La passeggiata.

continua sotto




Le poetiche letterarie di fine secolo

Con la presa di Roma nel 1870 e la sua elevazione a capitale del regno, l'unificazione italiana sembrò sostanzialmente conclusa. Consapevole della fragilità delle strutture istituzionali, messe in discussione da una strisciante ribellione nelle regioni del Sud, della debolezza della sua industria che lentamente si costituiva soltanto in alcune regioni del Nord, dell'arretratezza della sua agricoltura e della complessità della questione sociale in atto, la conservatrice classe politica al potere si mosse prudentemente, accentrando fortemente lo Stato e mirando alla soluzione dei problemi economici più urgenti, senza perdere di vista le esigenze di pareggio del bilancio statale.

L'azione dei governi si volse all'ordinaria amministrazione e alla rinuncia a una onerosa politica di potenza, che pure l'esempio dei successi imperialistici delle maggiori nazioni europee e la retorica tesa a esaltare le glorie militari di un passato lontanissimo avrebbero sollecitato. Quando poi il governo Crispi ritenne fosse giunto il momento di far svolgere all'Italia un compito internazionale che obiettivamente essa non era in grado di sostenere, il risultato fu disastroso, alimentando nella borghesia italiana e negli intellettuali che la rappresentavano, la frustrazione per una realtà rivelatasi più meschina di quanto le speranze risorgimentali avessero fatto intravedere e contrapponendo nelle loro menti un'Italia ideale all'Italia reale, un'Italia che poteva essere all'Italia che era.

In questa evasione dalla realtà storica e dal dominio dei dati della contingenza positivamente interpretati per assecondare l'anelito di indagine di un senso che trascenda la realtà fenomenica, sono già compresi una serie di atteggiamenti caratteristici del letterato decadente: il gusto del mistero e la ricerca di un significato nascosto nelle cose, la sfiducia nella ragione e perciò l'irrazionalismo, l'afflato religioso e il pessimismo, la sensazione di essere incompresi e perciò il contrasto fra l'individuo e la società, la solitudine, l'introspezione, l'esaltazione di sé, la volontà di fare della propria vita un'arte e l'abbassamento degli altri, concepiti spesso come folla bruta e indifferenziata. I riferimenti culturali di questa poetica si rintracciano in Poe e in Baudelaire, in Schopenhauer, in Nietzsche, in Wagner.

Nel luglio 1893 Gabriele D'Annunzio, sulle colonne del quotidiano romano «La Tribuna», decretava la fine del Naturalismo in letteratura e l'insufficienza del Positivismo: «La scienza è incapace di ripopolare il disertato cielo, di rendere la felicità alle anime in cui ella ha distrutto l'ingenua pace [....] non vogliamo più la verità. Dateci il sogno. Riposo non avremo se non nelle ombre dell'ignoto». Se D'Annunzio è la figura chiave del decadentismo italiano, che egli sviluppa in forme tematiche particolari - «poetica dell'orafo (Isotteo, la Chimera), poetica del convalescente (Poema paradisiaco), poetica del superuomo (i romanzi, le tragedie), poetica dell'eroe e del martire (le opere della guerra e del dopoguerra)» - nelle quali resta comune il culto delle parole, rese «significative come persone viventi, carnali» a lui s'affianca il Pascoli, il cui centro di interesse poetico è la resa immediata delle cose, osservate dal punto di vista del fanciullino, che ingrandisce le piccole e rende minime le grandi, circonfuse in aloni di stupore e di mistero espresso in una oratoria moraleggiante non priva di drammatiche incongruenze.

Fonte: Wikipedia, l'enciclopedia libera

1/4
Pagina successiva
Indietro Indice Autori Italiani