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Pietro Bembo
(✶1470   †1547)

«[...] Pietro
Bembo, che 'l puro e dolce idioma nostro,
levato fuor del volgare uso tetro,
quale esser dee, ci ha col suo esempio mostro.
»
(Ludovico Ariosto, Orlando furioso/canto XLVI, 15, 1-4)

Pietro Bembo (Venezia, 20 maggio 1470 – Roma, 18 gennaio 1547) è stato un cardinale, scrittore, grammatico, traduttore e umanista italiano. Regolò per primo in modo sicuro e coerente la lingua italiana fondandola sull'uso dei massimi scrittori toscani trecenteschi. Contribuì potentemente alla diffusione in Italia e all'estero del modello poetico petrarchista. Le sue idee furono inoltre decisive nella formazione musicale dello stile madrigale nel XVI secolo.

Nacque a Venezia nel 1470 dall'antica famiglia patrizia dei Bembo, da Bernardo e da Elena Morosini. Ancora bambino, seguì il padre, senatore della Serenissima, a Firenze, dove imparò ad apprezzare il toscano, che avrebbe preferito alla lingua della sua città natale per tutta la vita. Dal 1492 al 1494 studiò il greco a Messina con il famoso ellenista Costantino Lascaris (1434-1501). Vi si recò con l’amico e condiscepolo Angelo Gabriele, e arrivarono a Messina il 4 maggio 1492. Restò per sempre memore del suo soggiorno siciliano, di cui gli rinnovavano il ricordo la corrispondenza con letterati messinesi, fra i quali il Maurolico (1494-1575) e la presenza del fedelissimo amico e segretario Cola Bruno (1480-1542), che lo seguì a Venezia e gli stette vicino per tutta la vita. Ritornato a Venezia, collaborò attivamente con Aldo Manuzio, inserendosi nel suo programma editoriale con la pubblicazione nel 1495 della grammatica greca di C. Lascaris (chiamata Erotemata) che egli e il suo compagno Angelo Gabriele avevano portato da Messina. Il suo esordio letterario avvenne con la pubblicazione del dialogo latino De Aetna ad Angelum Gabrielem liber (da A. Manuzio, Venezia, 1495), dove raccontò del suo soggiorno siciliano e della sua ascensione sull'Etna.

Pietro Bembo si laureò all'Università di Padova e fece ulteriori studi (1497-1499) alla corte di Ferrara, che allora i D'Este avevano trasformato in un importante centro letterario e musicale. Lì incontrò Ludovico Ariosto e iniziò ad elaborare Gli Asolani.

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I poeti che lo ispirarono sempre nella sua poesia furono il Boccaccio e Petrarca. Amava far accompagnare le sue opere poetiche da fanciulle che suonavano il liuto, ed in un'occasione ebbe l'onore di avere Isabella d'Este come accompagnamento, a cui poi regalò una copia de Gli Asolani.

Tornò a Ferrara nel 1502, dove conobbe Lucrezia Borgia, all'epoca moglie di Alfonso d'Este, con la quale ebbe una relazione. In quel periodo Ferrara era in guerra con Venezia per il controllo del Polesine, di Rovigo e del mercato del sale ("guerra del sale"). Bembo fuggì nel 1505 quando la peste decimò la popolazione della città.

Fra 1506 e 1512 visse a Urbino, e qui iniziò a scrivere una delle sue opere maggiori: Prose della volgar lingua, (pubblicata solo nel 1525); e il suo lavoro assurse ai livelli più alti della sua carriera di umanista. Nel 1513 seguì a Roma Giulio de' Medici, futuro papa Clemente VII. A Roma papa Leone X lo volle suo segretario e in tale veste protesse molti letterati ed eruditi presenti nella capitale, fra cui Christophe de Longueil.

Risale a quegli anni una discussione con Giovan Francesco Pico sul problema dell'imitazione dei classici. Fu amico di Latino Giovenale Manetti e di Bernardo Cappello, che lo riconobbe esplicitamente come suo maestro ed è considerato il suo discepolo più importante.

Dopo la morte del pontefice nel 1521, si trasferì a Padova, dove abitava la sua amante Faustina Morosina della Torre, dalla quale ebbe anche un figlio. Durante il suo soggiorno a Padova pubblicò a Venezia le Prose della volgar lingua, 1525. Nel 1529 ritornò a Venezia dove ricoprì l'incarico di storiografo della Repubblica di Venezia e bibliotecario della Biblioteca Marciana.

Nel 1539 papa Paolo III lo creò cardinale diacono, con titolo (DIACONATO) di San Ciriaco in thermis e questo fatto lo riportò a Roma, dove, sempre nel 1539 fu ordinato sacerdote. Rinunciò agli studi di letteratura classica, dedicandosi alla teologia e alla storia classica. Nei quattro anni successivi fu eletto vescovo di Gubbio prima e di Bergamo.

Morì a Roma, all'età di 76 anni, il 18 gennaio 1547. Fu sepolto a Roma nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva; la sua lastra tombale è collocata sul pavimento, dietro l'altare maggiore. Anche nella Basilica di Sant'Antonio a Padova si trova un monumento dedicato al cardinale, opera del grande architetto Andrea Palladio.

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Opere

Da scrittore, Bembo fu uno dei più eminenti rappresentanti dei ciceroniani, gruppo che si prefiggeva la restaurazione di uno stile ispirato alla classicità romana, contrassegnato dall'imitazione dei due modelli principali della lingua latina (trasportati anche in quella volgare): Cicerone per la prosa e Virgilio per la poesia.

Fu anche l'iniziatore del Petrarchismo, proponendo lo stile del poeta come esempio di purezza lirica e come modello assoluto. Su questa indicazione la poesia dell'epoca prenderà esempi e imitazione dalle rime petrarchesche.

Tra i suoi scritti in latino spiccano soprattutto:
De Aetna ad Angelum Gabrielem liber da Aldo Manuzio, Venezia 1495
Epistolae (Leonis X. nomine scriptae, 16 volumi, Venezia 1535; Familiares, 6 volumi)
Rerum veneticarum libri XII (Storia della Repubblica Veneta dal 1487 al 1513, Venezia 1551)
Historia veneta scritta dal 1487 al 1513; pubblicata nel 1551, poi tradotta dallo stesso in italiano (Istoria Viniziana)
Carmina (Venezia 1533), dove si pone nella tradizione del Dolce stil novo e di Petrarca

I più importanti dei suoi scritti in volgare sono:
Gli Asolani, discorsi filosofici sull'amore platonico, stampati da Aldo Manuzio (Venezia 1505) e dedicati a Lucrezia Borgia.
Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua, il documento più autorevole della "discussione sulla lingua" cinquecentesca (Venezia 1525). Le "Prose" ebbero un'influenza decisiva sullo sviluppo della lingua italiana. Bembo vi propose di utilizzare la lingua usata da Petrarca per le opere in versi e quella di Giovanni Boccaccio per i testi in prosa.
Rime (Venezia 1530)
Lettere volgari (5 volumi, Verona 1545)

Nel 1501 Bembo curò l'edizione del Canzoniere di Petrarca e nel 1502 quella delle "Terze Rime" (Divina Commedia) di Dante, in stretta collaborazione con l'editore Aldo Manuzio. Per la prima volta due autori in lingua volgare divennero oggetto di studi filologici, fino ad allora riservati esclusivamente ai classici antichi. Entrambe le edizioni costituiscono le basi di tutte le edizioni successive per almeno tre secoli.

Nel De Aetna, stampato da Manuzio nel 1496, venne usato per la prima volta il carattere tipografico successivamente chiamato Bembo che è rimasto uno standard per tutta la storia della tipografia fino ai nostri giorni. Sua anche l'epigrafe della tomba di Raffaello Sanzio.

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Bibliografia

Pietro Bembo, Sogno, Venezia, Giovanni e Gregorio de' Gregori, circa 1492-1494.
Pietro Bembo, Rerum venetarum libri 12, vol.2, Venezia, Domenico Lovisa, 1718.
Pietro Bembo, Rime, Bergamo, Pietro Lancellotti, 1745.
Giorgio Santangelo, articolo Bembo, Pietro in: Dizionario critico della letteratura italiana, Unione Tipografica, Torino, 2ª edizione, 1986, vol. I, pp.255–269.
Gianfranco Crupi, articolo Bembo, Pietro in: Letteratura italiana: Gli autori (I), Giulio Einaudi, Torino, 1990, vol. I, pp.226–227.
Carlo Dionisotti, Scritti sul Bembo, a cura di Claudio Vela, Einaudi, Torino 2003
Pasquale Sabbatino, Il modello bembiano a Napoli nel Cinquecento, Napoli, Ferraro, 1986.
Pasquale Sabbatino,La «scienza» della scrittura. Dal progetto del Bembo al manuale, Firenze, Olschki, 1988.
Mario Bianco Marchiò,Come discutevano gli umanisti. Una disputa quattrocentesca sulla lingua parlata dai romani antichi, firenze, Firenze Atheneum, 2008.
Mario Bianco Marchiò,Le ragioni della grammatica. Pietro Bembo e Giovanni Francesco Fortunio, Milano, Lampi di Stampa, 2012.

Fonte: Wikipedia, l'enciclopedia libera

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