Pillole linguistiche

a cura del dott. Fausto Raso


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Parole contadine di uso quotidiano


In piena civiltà industriale – come usa dire – adoperiamo termini che, senza rendercene conto, sono nati durante l’operosa vita del comune rustico. La lingua porta numerosi segni del periodo in cui l’occupazione primaria dell’uomo era l’agricoltura, e le città non avevano, rispetto alle campagne, posizione di assoluta preminenza.
Nella Roma repubblicana dapprima e nel declinare dell’impero successivamente – nell’operosa vita contadina – sono nate innumerevoli espressioni che ancor oggi adoperiamo. Talvolta esse sono trasparenti nel significato, basta che su queste fermiamo la nostra attenzione; talvolta, invece, è necessario ricorrere a confronti e riscontri per riconoscere o meglio per capire che esse sono nate in ambienti agricoli.
Dal mondo contadino, infatti, da una delle colture più importanti, quelle della vite, si sono tratte moltissime parole. Innanzi tutto la vite metallica, che nella sua forma riproduce i viticci attorcigliati.
Poi il foruncolo. Il termine, in latino, è un diminutivo di fur, ladro e vuol dire, per l’appunto, ladroncello. Vediamo, per sommi capi, che cosa ha in comune con il mondo agricolo questo noiosissimo e fastidioso tumoretto della pelle. Occorre tornare indietro, alla lingua latina, appunto, perché il termine discende dritto dritto dal latino furunculus, tratto da fur – come abbiamo visto – con il significato di ladruncolo.
Così chiamavano – i contadini romani – i rami secondari che rubavano inutilmente la linfa ai rami principali delle viti, rendendoli gracili e malaticci. Con il trascorrere del tempo, il furunculus, dal significato di tralcio secondario di pianta, passò a indicare, nell’uso contadino, qualunque nodo superfluo, qualunque protuberanza cresciuta sul tronco principale, e infine ogni singola gemma.
A questo punto, è intuitivo, il vocabolo passò dal campo botanico a quello zoologico; e fu detta furunculus ogni fastidiosa protuberanza della pelle. Ma non è ancora finito. Quel primitivo fur ha dato origine anche a una famiglia di parole poco raccomandabili: furto, furfante e refurtiva. Ma non deviamo e torniamo a scoprire termini che – sia pure lontanamente – ci riportano alla vita rurale dalla quale provengono.
Un tempo, come si sa, gli animali avevano un’importanza primaria nel mondo contadino, essi aiutavano l’agricoltore nei lavori pesanti come i buoi, per esempio, che instancabilmente trainavano l’aratro. Queste povere bestie, molto spesso, erano punte dai tàfani (insetto dei ditteri, molto simile alla vespa; le loro femmine si attaccavano ai bovini e ai cavalli per succhiare il sangue lasciando nella piaga, da esse prodotta, molti germi di malattie parassitarie, NdR) e il nome del piccolo animale, che i Latini chiamavano asilus, rimane nel nostro assillo.
Una persona assillante, quindi, si comporta come i tàfani, non dà tregua. I Greci davano allo stesso insetto il nome di estro. In senso figurato una persona estrosa è presa da furore provocato da una puntura di un estro. Questo vocabolo, è bene sottolinearlo, ha avuto miglior fortuna del suo collega latino asilus essendo passato a indicare non più il furore che prendeva le bestie tormentate (dall’estro, appunto) ma il sacro furore dei poeti.
E le persone ammalate che molto spesso delirano non ci riportano alla campagna? In senso metaforico, ovviamente. Presso i Romani coloro che non rigavano dritti e si allontanavano dal solco, in latino lira, deliravano. In senso figurato, per tanto, chi delira si allontana dalla realtà.
I vocaboli agricoli più numerosi, comunque, sono quelli tratti dagli alberi. Vediamo assieme i più comuni e, quindi, i più conosciuti. Quando chiamiamo il nostro corpo tronco umano confrontiamo la struttura di quest’ultimo con quella di un albero. Quando descriviamo i rapporti di parentela parliamo di radice, di ramo, di ceppo e un po’ scherzosamente di rampolli.
Dimenticavamo di parlare della cultura che non è altro che la coltura, vale a dire la coltivazione: una persona si dice colta perché coltiva, appunto, l’animo, lo spirito.
E per finire vediamo un termine agricolo che ricorre di frequente, purtroppo, in fatti di sangue: crivellato. Si legge spessissimo sulla stampa, infatti, che il bandito è stato crivellato di colpi dalla polizia. Il crivello, come si sa, è uno strumento nel quale si vaglia il grano. Crivellare di colpi vuol dire, letteralmente, fare tanti buchi quanti se ne possono vedere in un crivello.


02-11-2009 — Autore: Fausto Raso

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