Stupefare...

Abbiamo sempre sostenuto che nella lingua parlata (ma anche in quella scritta) ci sono certi errori grossolani talmente radicati che non sembrano tali, anzi gli orrori si vanno espandendo a macchia d’olio grazie alle così dette grandi firme del giornalismo e a tutti gli altri mezzi di comunicazione di massa. Un linguaiolo però, per quanto umile possa essere, non può rimanere impassibile di fronte a uno scempio linguistico, deve porvi un freno e impegnarsi con tutte le sue forze per il recupero della Lingua, quella con la L maiuscola.
In che modo? Denunciando alla pubblica opinione — come usa dire — l’uso scorretto che taluni fanno della madre lingua. Un esempio (fra i tanti)? Si legge spesso sui giornali e si sente nei notiziari radiotelevisivi il verbo stupire adoperato in senso transitivo: quella notizia mi ha stupito. In buona lingua italiana questo verbo è, e deve rimanere, intransitivo. Sì, sappiamo benissimo che la lingua si evolve e alcuni vocabolari attestano questo verbo anche nella forma transitiva con il significato di sbalordire, meravigliare, sorprendere ma ciò non significa che il suo uso sia (o se preferite: è) corretto. E per una ragione semplicissima: stupire significa empiersi di stupore e questo stupore è destato da noi e in noi rimane; rimanendo in noi non passa e non passando non può avere un oggetto che lo riceva, quindi è intransitivo. Sotto il profilo etimologico è, infatti, il latino stupère (star fermo, immobile). Il Vangelo non dice videro e stupirono? In tanti secoli di buona lingua, insomma, stupire è sempre stato intransitivo, per quale ragione dobbiamo renderlo transitivo? Coloro che non amano adoperare il suddetto verbo in modo corretto (intransitivo) possono ricorrere ad altre voci simili — come abbiamo visto (meravigliare, sbalordire) — senza calpestare la personalità del verbo in questione. E sempre a proposito di stupire, il linguista Rigutini giudicava leziosa la forma riflessiva stupirsi; probabilmente esagerava e molti esempi di illustri scrittori lo contraddicono. Sotto l’aspetto formale, però, come si fa a non dargli ragione? Può un verbo intransitivo divenire riflessivo? Ma tant’è.
Probabilmente l’uso scorretto del verbo, vale a dire la sua transitività, è nato per analogia con stupefare, questo sì transitivo, e trasportato pari pari nella nostra lingua dal latino stupefa(ce)re e chissà perché mai amato dai puristi. Stupefare, dunque, in linea generale, ha il medesimo significato di stupire, con la differenza che mentre il primo (stupefare) invia lo stupore, la meraviglia, il secondo (stupire) trattiene lo stupore, la meraviglia sul soggetto. Un bellissimo esempio lo abbiamo leggendo il Boccaccio: « Prima i circostanti turbò con paura, e appresso gli (li) stupefece con meraviglia».
In buona lingua, dunque, è da evitare l’uso di stupefare nell’accezione di rimanere meravigliato, stupito; in questo caso il solo verbo appropriato è stupire, appunto, perché lo stupore non passa, non transita, ma resta sulla persona che ne è colpita. Tra i due verbi, insomma, c’è una piccola sfumatura di significato che agli amatori della lingua non dovrebbe sfuggire. Quanto a stupefare — al contrario di stupire — si adopera quasi soltanto nei tempi composti, ma soprattutto nel participio passato con funzione aggettivale: stupefatto.
È bene ricordare anche, in proposito, che stupefare e derivati sono parole forti che richiedono occasioni forti. Quante persone, infatti, adoperano stupefacente, stupefazione e stupefatto là dove non c’è eccesso di stupore, di meraviglia, ma un comunissimo sentimento di ammirazione, di curiosità e simili?

07-10-2011 — Autore: Fausto Raso