La lingua acidula della stampa

Se, per ipotesi, tra le molte leggi e leggine se ne varasse una che interdicesse le persone con scarsa padronanza della lingua italiana — vogliamo peccare di presunzione — dallo scrivere moltissime penne della carta stampata (e no) dovrebbero cambiare mestiere. Sì, proprio così.
Siamo rimasti scioccati nel leggere su un quotidiano che fa opinione il termine interditore in luogo della forma corretta interdittore (con due t). Diciamo subito — a scusante dell'autore (una così detta grande firma) del pezzo incriminato — che alcuni vocabolari non registrano la parola in oggetto. Ciò non significa, però, che colui che scrive per il pubblico — diffonde, quindi, la cultura — sia esentato dal conoscere la corretta grafia dei termini che adopera.
Interdittore, cioè proibitore, viene dal latino interdictor e divenuto in italiano interdittore, appunto, per la legge linguistica dell'assimilazione: la consonante c è stata assimilata dalla t. L'assimilazione — forse è bene ricordarlo — è un processo linguistico per cui dall'incontro di due consonanti la prima diventa uguale alla seconda, cioè si assimila.
Diverso, invece, è il caso dell'aggettivo brettone — che le solite grandi firme scrivono erroneamente con una sola t. La forma corretta è con due t (brettone), non perché in questo caso entra in vigore la legge dell'assimilazione linguistica, ma perché il termine viene dal tardo latino britto, brittonis dove la doppia t è insita nella radice. Bretone, con una sola t e che alcuni ritengono grafia corretta, è l'italianizzazione del francese breton. Gallicismo che sconsigliamo vivamente se si vuole scrivere e parlare la lingua di Dante in modo corretto.
Un'altra prova di quanto affermiamo si ha leggendo questo titolo di un giornale in rete: «Torino, superati i valori di monossido e di acido cloridico». In questo caso il redattore titolista ha dimostrato di aver frequentato con scarso profitto le aule scolastiche. L'acido in questione si chiama cloridrico, il nome è composto, infatti, con il sostantivo cloro (non schiettamente italiano derivando dal francese chlore) e il suffisso -idrico.

20-10-2020 — Autore: Fausto Raso — permalink


Reliquario, voce popolare

I lettori ci perdoneranno se mettiamo ancora in evidenza gli orrori linguistici che quotidianamente ci propinano i massinforma (mezzi di comunicazione di massa). Ma non possiamo fare altrimenti.
I giornali vengono letti da tutti, così come i notiziari radiotelevisivi vengono ascoltati da tutti, per questo motivo i responsabili delle varie testate hanno il dovere, sì il dovere morale, di usare la lingua in modo corretto.
Ecco due titoli di un quotidiano in rete dove due strafalcioni fanno bella mostra di sé: «Lascia due reliquari rubati sull'altare e scappa Torino, una bancarella della droga davanti a una discoteca del lungopo» Vediamo, nell'ordine, le due smarronate.
Si scrive reliquiario, non reliquario (voce prettamente popolare), perché il termine proviene da reliquia, non reliqua. Quanto al fiume Po, in questo caso va accentato: lungopò.
Vediamo, in proposito, Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, e il Treccani. Se i titolisti si fossero immersi nel mar dell'Umiltà, consultando un buon vocabolario, ci avrebbero risparmiato queste nefandezze linguistiche.

19-10-2020 — Autore: Fausto Raso — permalink


Fare il becco all'oca

Ci auguriamo che la maggioranza dei nostri lettori — che da tempo sono in quiescenza — possano (possa, per i puristi) dire, con la massima onestà, di avere sempre fatto il becco all'oca, ovvero di aver sempre portato a buon fine il lavoro loro affidato. Questo è, infatti, il significato della locuzione, probabilmente poco conosciuta e, per tanto, poco... adoperata.
Il modo di dire si usa con una certa enfasi e con un senso di soddisfazione. Per questo ci auguriamo che siano molti i lettori che lo hanno sperimentato sulla propria pelle. Ma veniamo all'espressione per spiegare la quale ciascuno narra la propria storiella, nessuna però convincente. Noi riportiamo quella — a nostro avviso — più credibile narrata da uno dei “notisti" al “Malmantile racquistato", Paolo Minucci.
Questi, dunque, rende nota la storia cantata da Francesco Cieco di Ferrara nel poema il “Mambriano": «Gli indovini avevano predetto a Licarno, re di Cipro, che sua figlia Alcenia sarebbe diventata prima madre e poi sposa. Il sovrano, al fine di scongiurare questa predizione ed evitare, così, il disonore che sarebbe caduto su di sé e sulla sua famiglia, fece costruire un immenso giardino con le mura molto alte e una torre.
Dentro la fortezza aveva libero accesso soltanto la governante. Un bel giorno, durante un convivio, un giovanotto ricchissimo, certo Cassandro, figlio del conte Giovanni di Famagosta, fu informato della cosa e disse che con i soldi lui poteva permettersi tutto (corsi e ricorsi storici, ndr). Licarno, allora, lo sfidò e gli promise che se avesse conquistato il cuore di Alcenia entro un anno gliela avrebbe data in moglie; diversamente lo avrebbe fatto decapitare.
Il giovane rampollo non si perse d'animo: si fece costruire una mastodontica oca meccanica, perfetta in tutto, priva, però, del becco. Introdottosi tramite questa nella torre, tra un gioco e l'altro, fece il becco all'oca; poi tornato davanti al re Licarno gli disse che sua figlia era madre prima che sposa. A riprova del 'fatto' fece portare davanti al re l'oca meccanica.
Il sovrano, meravigliatissimo, esclamò: “È fatto il becco all'oca!”. Cassandro, allora, entrò dentro il finto animale per dimostrargli come era riuscito a eludere la stretta sorveglianza e a introdursi nottetempo nella torre. Licandro premiò l'astuzia del giovanotto dandogli in sposa sua figlia incinta».
Conclude il Minucci: «È da questa trasformazione di Giove in Cigno che è nato il proverbio “è fatto il becco all'oca”, che significa... il negozio è fatto o perfezionato».

16-10-2020 — Autore: Fausto Raso — permalink




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