Mettere il fodero in bucato
Il rag. Rompini fu chiamato d’urgenza dall’usciere addetto al pubblico: un signore, stanco dell’estenuante attesa e della lunghissima fila, aveva messo a soqquadro la sala d’attesa — si fa per dire — dove la gente si accalcava per poter accedere agli sportelli. «Corra, ragioniere —gridò il commesso — una persona del pubblico ha messo il fodero in bucato!».
Il direttore dell’agenzia lì per lì non capì il linguaggio del suo dipendente; «costui è impazzito», pensò; poi si rese conto che un pazzo, in effetti, c’era: era uno del pubblico che, in preda a un raptus da stanchezza, aveva dato in escandescenza rompendo varie suppellettili.
L’usciere voleva dire, infatti, che una persona era improvvisamente impazzita e usò quel modo di dire desueto per non dire sconosciuto. «Mettere (o fare) il fodero in bucato» significa, dunque, impazzire. Ma qual è l’origine di questa locuzione? È presto detto.
Nei tempi andati si chiamava fodero una sorta di sottana fatta di pelliccia e la stessa pelle concia di qualche animale per foderare i vestiti. Ora mettere una pelliccia (fodero) nel bucato è da pazzi in quanto, si sa, si rovinerebbe. Probabilmente, in passato, qualche donna deve averlo fatto se ciò ha dato origine al modo di dire.
A crudo
Ciò che stiamo per scrivere non sarà condiviso, forse, da qualche linguista d’assalto. Nel caso non ce ne facciamo un cruccio e andiamo avanti per la nostra strada. Veniamo al dunque.
In tutti i programmi gastronomici delle varie emittenti televisive non si sente altro che l’espressione a crudo: l’olio va messo a crudo. Crudo, ricordiamolo, è un aggettivo e un sostantivo (
Etimo.it - crudo) il cui significato primario è non sottoposto a cottura e non c’è alcun bisogno di farlo precedere dalla preposizione a: prosciutto crudo (non cotto, dunque). Qualcuno chiederebbe al pizzicagnolo di un supermercato due etti di prosciutto a crudo?
Perché l’olio o altre sostanze alimentari debbono essere a crudo? E a proposito di crudo, che in senso figurato significa rude, duro, rozzo, il corrispettivo avverbio è crudamente, non crudemente, come si sente e si legge spesso. Concludiamo ponendoci un interrogativo: a quando l’espressione a cotto?
A crudo, secondo il Tommaseo-Bellini, «dicesi di operazione fatta sopra le cose di terra prima di cuocerle" (vasi di terra, ecc.)».
Perché le uova e non gli uovi?
Alcuni amici ci hanno chiesto il motivo per cui il plurale di uovo è uova e non come dovrebbe essere, uovi. I nomi maschili in -o non pluralizzano in -i? Come mai questo plurale strambo che non rispetta le regole?
Non è affatto strambo, amici, c’è sempre una spiegazione per tutte le cose, soprattutto per quanto attiene alla lingua. E la spiegazione ce la dà il padre del nostro idioma, il nobile latino. Alcuni nomi maschili in -ohanno il plurale in -a — cambiando anche di sesso — perché riflettono il plurale neutro latino dal quale provengono.
L’origine di questi plurali — che di primo acchito sembrerebbero strambi — va ricercata, dunque, nei plurali neutri latini da singolari in -um. Vediamo i più comuni: riso-risa; paio-paia; miglio-miglia; migliaio-migliaia; centinaio-centinaia; uovo-uova, per l’appunto. Nei tempi andati si aveva il plurale maschile ovie il femminile ove. Questi plurali si ritrovano, oggi, in alcuni dialetti, ma in buona lingua italiana sono assolutamente da evitare.
Un discorso a parte riguarda la mano, che ha entrambe le desinenze maschili (mano-mani) ma il genere femminile in quanto lo ha ereditato dal latino.
Vi sono, inoltre, alcuni maschili in -o con doppio plurale (-i, maschile; e -a, femminile) come, per esempio, braccio, che nella forma plurale può fare tanto bracci quanto braccia. Questi plurali, però, non si fanno a... braccio.
Invitiamo, quindi, i gentili lettori a consultare un buon vocabolario, uno di quelli “ vummaiuscolati”, prima di avventurarsi in un plurale errato.
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