Andare...

Non ricordiamo, onestamente, se l’argomento che tratteremo è stato già… trattato, nel caso chiediamo scusa in anticipo per la ripetizione.
Il verbo andare, nella sua accezione primaria generica, vuol dire spostarsi, muoversi da un luogo a un altro: vado a Roma (vale a dire: mi sposto dal luogo abituale per andare in un altro). Può anche, di volta in volta, acquisire il significato di dirigersi, recarsi e così via.
È bene, quindi, che coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere non abusino di questo verbo ambivalente ma adoperino, secondo i casi, un verbo più appropriato, tranne, ovviamente, in alcune locuzioni particolari — proprie del nostro idioma — in cui andare la fa da padrone per dare maggiore efficacia espressiva al discorso. Vediamole assieme.
Andare a fondo, esaminare attentamente una questione; andare a zonzo, girellare qua e là, senza una precisa meta; andare per le lunghe, indugiare troppo, procedere con molta lentezza; andare a genio, soddisfare, piacere; andare per la maggiore, essere fra i primi, essere di moda; andare in fumo, non concludere nulla; andare a ruba, essere venduto in pochissimo tempo; andare a rotoli, essere rovinato; andare a nozze, sposarsi, ma anche piacere; andare con uno, frequentarlo assiduamente; andare a Canossa, pentirsi; andare col vento in poppa, procedere favorevolmente, non incontrare ostacoli di sorta; andare a vuoto, riuscire vano; andare per terra, cadere; andare in persona (locuzione poco adoperata), recarsi personalmente; andare d’amore e d’accordo, essere in perfetta armonia con qualcuno.
Potremmo continuare, ma non vogliamo abusare della vostra pazienza che dimostrate nei nostri confronti. Non possiamo chiudere, però, senza ricordarvi che il verbo andare è bene adoperato per indicare un particolare modo di abbigliarsi, di atteggiarsi: andare pulito, vestito bene; andare in maniche di camicia.

27-05-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


La siesta

Se non ricordiamo male, come abbiamo scritto altre volte, un vocabolo per svariati motivi — nel corso dei secoli — può subire dei cambiamenti di significato o allontanarsi leggermente dall’accezione primaria e la siesta è uno di questi.
La siesta, dunque, vale a dire quel breve sonnellino che si fa dopo il pranzo, pur derivando dallo spagnolo, si richiama al...  latino hora sexta, cioè mezzogiorno. Stando all’etimologia, quindi, coloro che amano rilassarsi dovrebbero appisolarsi a mezzogiorno in punto o giù di lì; ma oggi non è proprio così, perché questo termine — come accennavamo all’inizio di queste noterelle — si è allontanato leggermente dall’accezione primaria. Vediamolo assieme.
La siesta, innanzi tutto, non è un’abitudine della civiltà industriale ma di quella contadina; vogliamo dire, cioè, che è nata nel mondo agricolo. Il lavoro dei campi permette, infatti, questa sosta pomeridiana in tutte le stagioni: d’estate, quando il lavoro è maggiore, la siesta viene compensata dalla levataccia mattutina; d’inverno, quando il tempo d’illuminazione solare è più breve, il compenso viene dalla minore mole di lavoro campestre. La siesta, insomma, era già un’abitudine dei nostri padri latini, popolo essenzialmente contadino.
Il termine — come abbiamo anticipato — proviene dall’espressione latina hora sexta (ora sesta, mezzogiorno). I Latini, infatti, dividevano la giornata in due sezioni di circa dodici ore l’una: dalle sei alle diciotto (dodici horae diurnae) e dalle diciotto alle sei, l’ora del sorgere del sole all’equinozio (dodici horae nocturnae); l’hora sexta, per tanto, corrispondeva press’a poco al nostro mezzogiorno, momento in cui i contadini romani avevano finito il pranzo e si concedevano un po’ di relax (si perdoni il barbarismo) all’ombra, magari, di un olmo o di un ulivo.
In seguito, come avviene sempre in questioni di lingua, il popolo lasciò cadere il sostantivo hora limitandosi a dire sexta, che nella lingua volgare è divenuto siesta.
Oggi, quindi, chi può continua a godersi il pisolino non più all’hora sexta, cioè a mezzogiorno, ma nelle prime ore del pomeriggio, senza pensare, ovviamente, agli antichi padri latini.

26-05-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


La larva

La storia del sostantivo larva — come quella del sostantivo siesta — è un’altra prova provata dei mutamenti cui il significato di una parola può andare soggetto nel corso dei secoli.
I comuni dizionari dicono che la larva di un insetto è l’insetto stesso nel primo stadio della sua vita, quando non ha ancora subito le metamorfosi, cioè i mutamenti, che lo portano alla forma definitiva. Le farfalle, per esempio, prima di avere le ali e volare liberamente, passano attraverso lo stadio di larva. Questa è, dunque, per l’uomo di oggi l’accezione corrente del termine, anzi l’unico significato. Ma vediamo, subito, che non è affatto vero.
In latino e nel volgare (l’italiano antico) il senso era un altro e il termine larva non aveva nulla che vedere con gli insetti (e i vari stadi della loro esistenza). Larva, il latino larva(m), appunto, significava (e significa) spettro, fantasma, maschera per travestimento, quindi aspetto non vero. Come si è giunti, allora, all’accezione attuale? Che cosa hanno che vedere i fantasmi con gli insetti? La risposta è molto semplice.
Il celeberrimo naturalista Linneo, che nella seconda metà del secolo diciottesimo tentò di classificare piante e animali nelle varie specie con nomi latini, applicò il termine larva agli insetti nella prima fase della loro esistenza, perché le larve sono una specie di maschera da cui l’insetto è ricoperto, destinata a cadere con le successive metamorfosi: l’insetto-larva è, insomma, come un fantasma coperto da un lenzuolo o da una maschera, appunto, che cadrà con il tempo lasciando scoperta la sua vera forma.
A questo punto è facile capire come l’accezione attuale di larva abbia avuto il sopravvento sul significato originario, che ora viene quasi ignorato da coloro che non abbiano letto i testi antichi: l’adozione del nuovo significato è avvenuta, infatti, in tempi in cui si affermava il linguaggio scientifico e sempre meno si credeva ai fantasmi.
Oggi nessuno di noi, quando si parla di larve d’insetti, pensa più ai fantasmi e agli spettri. Così pure, quando diciamo, in senso figurato, che un uomo è ridotto a una larva per la sua magrezza, non pensiamo più a uno spettro ma a un insetto.
Occorre dire anche, per completezza di informazione linguistica, che talvolta il termine viene adoperato dai poeti nella sua accezione originaria. Ugo Foscolo, per esempio, nei Sepolcri chiama larve guerriere i fantasmi dei valorosi caduti che, di notte, si aggirerebbero sui campi di battaglia.

25-05-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink




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