Rinacciare
Ci scrive Francesco U. da Belluno: «Gentilissimo dott. Raso, seguo la sua impareggiabile rubrica da quando è nata e vi ho sempre trovato risposte ai miei dubbi che i comuni vocabolari che consultavo non riuscivano a dissipare. Spero sia così anche questa volta. Vengo al dunque. Stavo conversando al telefono con una mia amica quando questa, all’improvviso, mi ha detto: “Ora ti saluto perché ho molti capi di vestiario da rinacciare”. Volevo chiederle il significato di questo verbo ma non ho fatto in tempo: aveva già riagganciato la cornetta. Esiste il verbo in oggetto? E se esiste che cosa significa? Grazie e cordiali saluti».
Cortese amico, il verbo “rinacciare” significa ‘rammendare’ ed è in uso in alcune regioni meridionali.
Non tutti i dizionari lo registrano perché è, appunto, un regionalismo. Ho scoperto con sorpresa, però, che viene menzionato nel “Dizionario etimologico” di Ottorino Pianigiani: Etimo.it - rinacciare
L'onomatopèa
Tutti noi, più o meno, conosciamo il significato del termine onomatopèa che, alla lettera, vuol dire imito il nome, faccio il nome ed è composto con le voci greche (ὄνομα, ònoma, nome) e ποιἐω (poièo, imito, faccio).
L’onomatopea, per tanto, possiamo considerarla — senza tema di essere smentiti — la fonte più ricca di temi o radici di parole di lingue primitive di ogni regione del mondo; prima l’istinto, poi la volontà di imitazione hanno alimentato e allungato l’infinita serie di suoni onomatopeici: il crac (senza k, altrimenti cambia di significato), per esempio, che cosa è se non la riproduzione, l’imitazione del suono che emette un oggetto quando si rompe? L’onomatopèa è, insomma, un’espressione (o un vocabolo) che riproduce — tramite il suono — una determinata imitazione.
Per rendersi conto di quanto sia diffusa l’onomatopèa basta ascoltare un bambino che chiama bau-bau il cane, pio-pio il pulcino, co-co la gallina e così via. Il bambino, quindi, è l’onomatopeista per eccellenza e proprio i fanciulli hanno coniato — anche se non tutti i linguisti sono d’accordo — i vocaboli mamma e papà. Ma qui il discorso ci porterebbe lontano facendoci allontanare un po’ dall’argomento principe che è, appunto, l’onomatopèa.
Queste noterelle, dunque, sono scritte allo scopo di fare un po’ di chiarezza in questo sterminato campo della linguistica perché molti ritengono — erroneamente — che alcuni vocaboli definiti da qualche pseudolinguista onomatopeici sono nati esclusivamente dal tentativo di imitare i suoni degli animali. No, non sempre è così.
Ronzare, per esempio, viene dal verbo rundiare che significa gironzolare, fare la ronda (il cane, come si può notare non c’entra affatto); così come abbaiare, che di primo acchito farebbe pensare al bau-bau dell’amico dell’uomo, ci è stato regalato dal latino baiae (bocca aperta) con il significato, quindi, di urlare a bocca aperta, mentre tubare è un prestito del tedesco Taube (colomba) e non ha nulla che vedere con il... tu-tu. Coloro che tubano, per tanto, si comportano come le colombe ma non le imitano sotto il profilo onomatopeico anche se, siamo sicuri, non mancherà qualche bastian contrario che ci manderà i suoi strali correttivi. Ma ci siamo abituati e andremo avanti lo stesso per la nostra strada, convinti di quanto asseriamo.
Nessuno, invece, potrà contraddirci se scriviamo che i suoni della natura ci hanno suggerito moltissime parole di origine... onomatopeica. Ne diamo un breve elenco - a caso — lasciando agli amici lettori il gusto di scoprire il significato esatto consultando un buon vocabolario della lingua italiana. Vediamo.
Scroscio, sgorgare, tintinnio, borbottare, cigolare, tartagliare, squittire, trillare, bisbigliare, dondolio, sciacquare, fruscio, sussurrare, gorgogliare. Ma anche i suoni degli animali — come accennavamo all’inizio — ci hanno dato la possibilità di coniare molte parole come, per esempio, belare, pigolare, muggire, cinguettio, grugnire, frullare. Quando diciamo a una persona che cosa ti frulla per la testa inconsapevolmente ci riferiamo, per l’appunto, a un animale. Quale? Scopritelo, cortesi amici.
Il granturco (grano per tacchini)
Tutti sanno — o dovrebbero sapere — quale alito di rinnovamento linguistico abbia portato nel vecchio mondo (Europa) la scoperta dell’America per opera dei grandi navigatori italiani tra i quali vanno menzionati Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci. Con queste noterelle vogliamo mettere in evidenza — sperando di riuscirci — il contributo che la lingua americana ha dato al nostro idioma.
Ben presto, dunque, gli scopritori si trovarono a dover designare gli oggetti, le piante, gli animali, i fenomeni che esistevano nel nuovo mondo e non nel nostro, così parecchi di quei nomi — entrati nel nostro vocabolario — finirono col diventare comunissimi.
Basti pensare che provengono dall’America le patate, il granturco, i pomodori, i tacchini, i fagioli e le zucche. Oggi nessuno, quando va al mercato a comprare un chilo di patate, per esempio, sa di adoperare un americanismo tanto è comune, ormai, quel nome.
E a proposito di piante provenienti dal nuovo mondo, i linguisti dell’epoca si trovarono di fronte a un dilemma: accettare i nomi adoperati dagli indigeni o coniare termini nuovi. Furono seguite ambedue le strade: per le patate, per esempio, fu mantenuto il nome americano un po’ alterato; per il pomodoro i linguisti crearono un nome nostrano.
Ancora oggi, a distanza di secoli, c’è oscillazione fra le due strade per quanto attiene al nome di una pianta: il granturco. Chi lo chiama col nome americano mais, chi con quello italiano granone, frumentone, granturco. Perché grano turco si domanderà — giustamente — qualcuno? La Turchia che cosa c’entra? Nulla, assicurano storici e botanici.
Colombo ci fa sapere d’aver portato lui stesso i semi di quella pianta in Spagna, di ritorno dal suo primo viaggio americano. Perché turco, dunque? Per alcuni linguisti (e vocabolaristi) la risposta è più semplice di quanto si possa immaginare: l’aggettivo turco va inteso come esotico. La verità vera del nome va ricercata, invece, in un errore di traduzione dell’inglese wheat of turkey, vale a dire grano per tacchini, così denominati per una certa somiglianza del collo di questi animali a un turbante turco (la Turchia c'entra di striscio, per un errore dei traduttori).
Provengono dal continente americano anche i così detti fichi d’India, così chiamati perché provenienti dalle Indie, senza specificare se venissero dall’India o dal nuovo mondo che, a causa del suo errore geografico, Colombo riteneva essere l’India. Forse annoieremmo gli amici lettori se elencassimo tutti gli americanismi entrati a pieno titolo nella nostra lingua nel Cinquecento e nei secoli successivi per designare animali e piante, cibi e bevande e altri oggetti d’uso comune.
Vale la pena, però, citare alcuni nomi di animali di cui si ha conoscenza solo attraverso i libri o, tutt’al più, attraverso i giardini zoologici come i giaguari, i lama, i mandù, tutti animali che non si sono acclimatati nel vecchio continente (Europa). Riteniamo interessante citare anche alcuni nomi di piante medicinali come la china e la coca, il guaiaco e l’ipecacuana (rubiacea sudamericana da cui si ricava un medicamento che ha la capacità di far vomitare).
E come non menzionare un famoso legno pregiato, il mogano? E concludiamo con il cannibale, nome adoperato per indicare un antropofago, che in realtà non è che un uso estensivo del nome proprio di una popolazione delle Antille: Cannibali o Caribi.
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