Due parole usate malamente
La prima parola è un aggettivo, erto, forma sincopata di eretto, participio passato del verbo erigere e in buona lingua italiana sta per in salita, ripido: è un viale erto, cioè ripido.
Alcuni danno, invece, a questo aggettivo un significato che non gli è proprio: grosso, spesso e simili.
Dicono, per esempio, quel legno è troppo erto, non serve allo scopo. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere...
L’altra parola è un verbo, precisamente il verbo esaurire. Si leggono spesso, sulla stampa, frasi tipo «il giudice ha esaurito l’inchiesta»; «l’impiegato addetto ha esaurito la pratica»; «abbiamo esaurito quel determinato compito».
A nostro modo di vedere, in casi del genere ci sono verbi più appropriati che fanno alla bisogna, secondo i... casi: concludere, finire, portare a termine, eseguire, terminare e simili.
Così così e così e così
Si presti attenzione a queste due espressioni perché di primo acchito sembrano l’una sinonima dell’altra sì da potersi usare, quindi, indifferentemente. Così non è. Differiscono nel significato l’una dall’altra.
La differenza radicale di significato la spiega, magistralmente, lo scrittore (forse poco conosciuto) Ardengo Soffici. «Ci sono degli scrittori i quali adoperano l’espressione: 'così e così', in luogo di quella: 'così così'. La differenza formale tra l’una e l’altra è minima, ma quella tra i loro significati è immensa.
Si dice di una cosa, di una persona, di un fatto che ci son parsi 'così così', per indicare che non ci son parsi né buoni né cattivi, né belli né brutti, né importanti né insignificanti, ecc. L’espressione 'così e così' si adopera invece in tutt’altro caso; e particolarmente per indicare le varie cose che uno ha detto, o le quali si commette di dire a un altro, senza tornare a specificarle, o preparandosi a specificarle. “Gli dissi 'così e così', ed egli mi rispose 'così e così'”. “Vai a dirgli 'così e così': che io non posso andar da lui, che lui venga da me e porti con sé quella roba”».
Daffare e da fare
Se consultiamo un qualunque vocabolario, il Treccani in rete per esempio, alla voce “daffare” leggiamo:
«daffare s. m. (non usato al plur.). —
Lo stesso che /da fare/,
sostantivato per indicare lavoro, attività in genere, che si debba svolgere,
spec. se sia intensa o crei preoccupazioni: /ho un gran d/.; /ho avuto un bel
d/.; /il d/. /non mi manca/».
A nostro modo di vedere, però, è preferibile la grafia univerbata solo quando fare è adoperato in funzione di sostantivo: povero Giovanni, avrà un gran daffare per tenere a bada tutti quei fanciulli. In grafia scissa quando il verbo ha valore... verbale: oggi non posso uscire, ho molto da fare.
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