Orrire

Forse pochi eletti conoscono il verbo in questione perché di uso raro o letterario e non lemmato da buona parte dei vocabolari.
Il Treccani in linea — se non cadiamo in errore — è uno dei pochissimi che lo registra:

«orrire v. tr. e intr. [dal lat. horrere], ant. raro.
Avere in orrore qualche cosa: orrir la mal’usanza (Iacopone). Come intr., inorridire, provare orrore di fronte a qualche cosa».

Per la coniugazione completa e corretta si clicchi su Verbi Italiani — orrire

10-02-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Leggi che inasprano...

Vi scrive Romualdo V. da Cesena: «Gentilissimo dr Raso, facendo affidamento sulla sua “proverbiale” squisitezza la disturbo per un quesito che mi sta molto a cuore: il verbo “inasprire” si deve necessariamente coniugare con la forma in “-sco”? Su un giornalino della mia città ho letto una frase che mi ha lasciato di stucco: “Occorre varare delle leggi che inasprano le pene per i reati più gravi”. E’ corretto quell’“inasprano”? Non si dice “inaspriscano”? Ho consultato tutti i libri in mio possesso ma non ho trovato risposta. Grazie della sua attenzione».

Cortese amico, ritengo sia un errore del giornalista perché non credo che l’articolista sapesse che un tempo il verbo in oggetto si coniugava senza l’infisso -sco-: io inaspro (dal verbo antico inasprare, lo stesso che inasprire).
Oggi la forma non incoativa, quella coniugata con il verbo inasprare, è decisamente da evitare (anzi, alcuni linguisti la considerano errata) in uno scritto sostenuto perché il verbo corretto è inasprire.
Fino a qualche secolo fa, però, era normale e adoperata da molti Autori, tra i quali Gabriele D'Annunzio (come potrà vedere nei collegamenti in calce) e lemmata nel Vocabolario degli accademici della Crusca.
Il giornalista, insomma, sbagliando non ha... sbagliato, ha adoperato, inconsapevolmente, una forma desueta del verbo in questione.

Vocabolario della lingua italiana già compilato dagli accademici della Crusca — Pagina 1647
Alcyone, Volume 7 — Pagina 393
Giambattista Basile, Volume 8 — Pagina 46
Lingua nostra, Volumi 17-18 — Pagina 47
Il fiore delle lettere italiane: Dall'inizio del Cinquecento alla fine del ... — Pagina 794
Manuale della letteratura italiana — Pagina 641
Raccolta di novellieri italiani, Parte 2 — Pagina 1768
La Letteratura italiana? — Pagina 261

09-02-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Essere lo zimbello

Essere lo zimbello di qualcuno, vale a dire essere oggetto di derisione e di scherno.

Questo uccello, intanto, deve il nome all’antico provenzale cembel (uccello da richiamo), cioè lo strumento che ne imita il canto.

Il Minucci, uno dei notisti al Malmantile (un  poema burlesco), così spiega la locuzione: «È quell’uccello che si lega per un piede allato al boschetto de’ paretari, o altri luoghi dove si tende per pigliare uccelli, che tirandosi quella cordicella, che ha legata al piede, si fa svolazzare per incitare gli altri uccelli a calarsi».

Lo zimbello, quindi, in senso figurato, è la persona che viene attratta per essere derisa.
08-02-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink




I nostri siti
En français
In english
In Deutsch
En español
Em portugues
По русски
Στα ελληνικά
Ën piemontèis