Ungere altrui gli stivali
Il modo di dire che avete appena letto, antichissimo, ma sempre attuale, ci sembra di significato intuitivo e non abbisognevole di particolari spiegazioni. Si adopera quest’espressione, infatti, quando si vuole mettere bene in evidenza il carattere adulatorio di una persona, la sua predisposizione all’adulazione di un’altra persona ai fini di ricavarne un vantaggio.
La locuzione, ovviamente, si adopera in senso metaforico. Gli stivali — si sa — debbono essere unti perché la pelle si ammorbidisca e, quindi, non dia fastidio. Gli amici lettori che hanno svolto il servizio militare di leva ricorderanno benissimo quando spalmavano di grasso i loro anfibi (stivali) per ammorbidirli al fine di calzargli meglio.
Colui che — in senso figurato — unge gli stivali altrui cerca, quindi, ammorbidire, cioè di adulare il proprietario degli stivali per trarne un beneficio. Il modo di dire è magistralmente descritto (e aborrito) da Giancarlo Passeroni nel suo poema «Il Cicerone» dove possiamo leggere:
«Perché potrebbe forse dir la gente / Che con preghiere, ed anche con quattrini. / Gli
ho mendicati dagli Autor vilmente, / Dagli Autor venali e poverini./ Ovver che
parto son della mia mente. / E che in mancanza di buoni vicini / Io da me
stesso m’ungo gli stivali. / Come fanno oggidì certi cotali».
Forse è bene aggiungere, per una migliore comprensione, che questi versi furono scritti per condannare l’usanza, allora in voga (ma anche oggi), di certi autori di fare stampare sul frontespizio dei lori libri dei sonetti o epigrammi laudativi.
Voi, cortesi amici, nel corso della vostra vita lavorativa quanti untori di stivali avete avuto modo di conoscere? Tornate indietro nel tempo e vedrete sfilare davanti ai vostri occhi tutte le persone che hanno fatto carriera perché — al contrario di voi ma a loro demerito — sapevano ungere altrui gli stivali.
Star coi frati a zappar l’orto
La locuzione, adoperata naturalmente in senso figurato, si adopera riferita a una persona che non intende prendersi nessuna responsabilità, limitandosi a fare solo quanto le viene richiesto. Ma soprattutto si dice di una persona che si tiene in disparte attendendo lo svolgersi degli eventi e ricomparendo solo per trarne i vantaggi. Si usa, per lo più, in senso ironico e scherzoso.
Nei tempi andati i frati accoglievano permanentemente nei conventi anche i non religiosi che per le più disparate ragioni chiedevano asilo ricambiando l’ospitalità eseguendo piccoli lavori di fatica, il primo dei quali era la cura dell’orto.
Oggi l’espressione si adopera particolarmente — sempre in senso figurato — quando una persona decide di ritirarsi dalla vita mondana o pubblica per trascorrere una vita tranquilla, semplice, fatta di tante piccole cose.
Che marasma!
Due parole due sull’uso corretto di un sostantivo (non ricordiamo se l’argomento è stato già trattato, nel caso ci scusiamo per la ripetizione...) che molti — gente di cultura e no — adoperano impropriamente: marasma.
Questo sostantivo di provenienza classica — il greco — alla lettera significa grave indebolimento del corpo dovuto a malattia o vecchiaia e, in senso figurato, decadimento morale.
È, infatti, il greco μαρασμός (marasmòs), derivato di μαραίνειν (maràinein, consumare). Non è corretto adoperarlo, quindi, nel senso di confusione, babilonia, caos.
Certi vocabolari lo attestano anche con questi significati ma chi ama il bel parlare e il bello scrivere li snobbi. Come si fa, infatti, a consumare una confusione?
Ricordiamo, inoltre, che la forma “più corretta” sarebbe marasmo perché più vicina all’origine del termine: Etimo.it - marasmo
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