Osservazioni linguistiche

Tutti i giornali, quelli sportivi in particolare, scrivono gimcana (con tanto di m) in luogo della più corretta forma gincana (con la n).
Quest’ultima grafia, invece, è da preferire (essendo più corretta) perché più vicina all’etimologia del termine: l’indostano gendkana.
Non lo sostiene l’illustre signor nessuno, estensore di queste modeste noterelle, ma Aldo Gabrielli, la cui fama di padre della lingua è nota a tutti. Nel suo vocabolario illustrato della lingua italiana possiamo, infatti, leggere: «Inutili le forme gimcana e (peggio, NdR) gimkana. In origine campo di gioco destinato a vari esercizi di ginnastica; oggi comunemente gara all’aperto, composta di giochi d’abilità e di destrezza; gare automobilistiche o motociclistiche con percorso capriccioso e con ostacoli stravaganti, corse nei sacchi, esercizi di equitazione eccetera. Dall’inglese gymkhana, derivato dell’indostano gendkana, composto di gendu (palla) e khana (campo di gioco), alterato sull’inglese gymnastics (ginnastica)».

28-10-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Mettere i puntini sulle i

Per la spiegazione dell’espressione «mettere i puntini sulle (o sugli) i», che come tutti sappiamo si adopera quando si intende chiarire un concetto in modo che non possano sorgere equivoci, rasentando quasi la pedanteria occorre ripercorrere, sia pure sommariamente, la storia della nostra lingua.
L’uso di mettere il puntino sulla i, dunque, risale al secolo XIV, soprattutto quando si adottarono i caratteri gotici, e fu introdotto al fine di evitare che l’asticina (cioè la i) si fondesse con il segno precedente o successivo (specie nei manoscritti), in modo particolare in presenza di una u: giuoco.
All’inizio non era proprio un puntino ma un accento tirato da destra a sinistra poi, con il trascorrere del tempo, per comodità, tale segno grafico si è trasformato in un punto.
Si provi a scrivere a mano e in modo elementare la su menzionata parola (giuoco) senza mettere il puntino sulla i e ci si renderà conto della necessità – per la chiara comprensione – di questo orpello grafico.
Poiché all’inizio questo punteggiar l’asta della vocale i parve una meticolosità esagerata, una pedanteria, i Francesi coniarono il detto «mettere i puntini sugli i».
In senso figurato, quindi e come dicevamo all’inizio, si adopera questa locuzione allorché si vuol mettere bene in evidenza la pignoleria, la pedanteria di una persona.

27-10-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Pane e coperto

Breve viaggio, attraverso il vocabolario della lingua italiana, alla scoperta di parole omofone ma dal significato completamente diverso. Facciamo tappa al coperto. Termine conosciutissimo dai gestori e dagli avventori che abitualmente frequentano i ristoranti.
Il coperto, dunque, nell’accezione moderna è l’apparecchiatura della tavola (tovaglia, tovagliolo, posate ecc.), e, in senso più esteso, il diritto fisso che si paga per il servizio. Per comprendere perché il tutto si chiama coperto (quando in realtà è tutto scoperto) occorre tornare indietro nel tempo e fermarsi al Medio Evo.
In quel periodo si usava conservare nella credenza i pasti destinati ai nobili perché fossero al sicuro da eventuali avvelenatori. In questo stesso mobile venivano riposte anche le posate (e tutto ciò che serviva per la mensa del nobile e degli ospiti di riguardo).
Trascorsi i secoli bui del Medio Evo – periodo in cui le morti per avvelenamento da cibo erano all’ordine del giorno – si continuò nell’usanza di coprire in vasellame le posate di cui si sarebbe servito l’ospite al quale si voleva dare una rilevante importanza.
Quest’uso, in particolare, era molto in auge nelle corti francesi tanto è vero che il nostro coperto (nell’accezione di apparecchiatura per la tavola) viene, appunto, dal francese couvert.

26-10-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink