Mettere i puntini sulle i
Per la spiegazione dell’espressione «mettere i puntini sulle (o sugli) i», che come tutti sappiamo si adopera quando si intende chiarire un concetto in modo che non possano sorgere equivoci, rasentando quasi la pedanteria occorre ripercorrere, sia pure sommariamente, la storia della nostra lingua.
L’uso di mettere il puntino sulla i, dunque, risale al secolo XIV, soprattutto quando si adottarono i caratteri gotici, e fu introdotto al fine di evitare che l’asticina (cioè la i) si fondesse con il segno precedente o successivo (specie nei manoscritti), in modo particolare in presenza di una u: giuoco.
All’inizio non era proprio un puntino ma un accento tirato da destra a sinistra poi, con il trascorrere del tempo, per comodità, tale segno grafico si è trasformato in un punto.
Si provi a scrivere a mano e in modo elementare la su menzionata parola (giuoco) senza mettere il puntino sulla i e ci si renderà conto della necessità – per la chiara comprensione – di questo orpello grafico.
Poiché all’inizio questo punteggiar l’asta della vocale i parve una meticolosità esagerata, una pedanteria, i Francesi coniarono il detto «mettere i puntini sugli i».
In senso figurato, quindi e come dicevamo all’inizio, si adopera questa locuzione allorché si vuol mettere bene in evidenza la pignoleria, la pedanteria di una persona.
Pane e coperto
Breve viaggio, attraverso il vocabolario della lingua italiana, alla scoperta di parole omofone ma dal significato completamente diverso. Facciamo tappa al coperto. Termine conosciutissimo dai gestori e dagli avventori che abitualmente frequentano i ristoranti.
Il coperto, dunque, nell’accezione moderna è l’apparecchiatura della tavola (tovaglia, tovagliolo, posate ecc.), e, in senso più esteso, il diritto fisso che si paga per il servizio. Per comprendere perché il tutto si chiama coperto (quando in realtà è tutto scoperto) occorre tornare indietro nel tempo e fermarsi al Medio Evo.
In quel periodo si usava conservare nella credenza i pasti destinati ai nobili perché fossero al sicuro da eventuali avvelenatori. In questo stesso mobile venivano riposte anche le posate (e tutto ciò che serviva per la mensa del nobile e degli ospiti di riguardo).
Trascorsi i secoli bui del Medio Evo – periodo in cui le morti per avvelenamento da cibo erano all’ordine del giorno – si continuò nell’usanza di coprire in vasellame le posate di cui si sarebbe servito l’ospite al quale si voleva dare una rilevante importanza.
Quest’uso, in particolare, era molto in auge nelle corti francesi tanto è vero che il nostro coperto (nell’accezione di apparecchiatura per la tavola) viene, appunto, dal francese couvert.
Il brindisi
«In questo fausto giorno siamo qui riuniti per festeggiare i novelli sposi; leviamo, dunque, i nostri calici e, com’è d’uso a Brindisi, brindiamo alla felicità e alla prosperità di questa bella coppia».
Simili sciocchezze sentimmo echeggiare in un banchetto nuziale e, lo confessiamo, non avemmo il coraggio di smentire l’oratore. Lo facciamo ora, a distanza di tempo, sperando che l’interessato, nel... frattempo, non abbia bissato in altre circostanze.
Il verbo brindare – e mentre scriviamo alziamo idealmente il bicchiere e brindiamo alla salute fisica e linguistica dei nostri amici lettori – non ha nulla che fare con la ridente città pugliese; fare un brindisi (o brindare) non ha origini italiche sibbene teutoniche. Vediamo, in breve, la storia.
Nel corso dei secoli la nostra cara penisola è stata terra di conquista da parte dei popoli di tutta Europa; nel Seicento fu la volta dei Lanzichenecchi, famigerata soldataglia germanica. Durante le loro libagioni questi soldati erano usi alzare il bicchiere verso i compagni dicendo bring dirs che, alla lettera, significa lo porgo a te, lo levo a te (sottinteso il bicchiere) come auspicio di ottima salute.
Il popolo, sentendo quella frase tradusse, a orecchio, brindisi. Gli Spagnoli, presenti anch’essi sul nostro patrio suolo, furono così affascinati da quell’usanza tedesca che da brindis, come essi pronunciavano, coniarono il verbo brindar donde il nostro... brindare.
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