Bere il calice fino alla feccia

Bere il calice fino alla feccia, vale a dire sopportare fino all'ultimo la propria pena, il proprio dolore.

La feccia – come si sa – è la posatura densa che si forma sul fondo delle botti e dei tini durante la fase di chiarificazione del vino, dal sapore sgradevole.

In senso figurato, quindi, il termine è passato a indicare la parte peggiore di qualcosa come, per esempio, la locuzione feccia della società, ossia la parte peggiore della società.

08-10-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


A.A.A. Favolosa mancia...

«Mancia favolosa a chi ritrova portafogli contenente importanti documenti, smarrito in piazza Roma alle ore 15.30 circa del giorno 3 luglio 2008». Questo tipo di annuncio che leggiamo molto spesso sui quotidiani contiene una parola che usiamo tutti, con la massima indifferenza, senza conoscere, però, il significato intrinseco: mancia.
Quando andiamo al bar, infatti, lasciamo la mancia al banchista; durante le festività natalizie e pasquali diamo la mancia al custode dello stabile; quando ci recapitano un pacco o un telegramma diamo la mancia al fattorino e così via. Insomma, conviviamo con la mancia senza rendercene conto.
Che cosa è, dunque, questa mancia? Da un sondaggio casereccio effettuato presso parenti e amici ci risulta che una persona su dieci conosce l'esatta origine dei termini che adopera quotidianamente. Vediamo, quindi, come è nata la mancia nell'accezione odierna, vale a dire nel significato di dono, ricompensa.
Per far ciò occorre tornare indietro nel tempo e fermarsi al Medio Evo. È proprio in quel periodo storico che nasce la mancia. È necessario, però, prendere il discorso un po' alla lontana. Forse non tutti sanno che le maniche dei vestiti – nel Medio Evo e fino a tutto il Settecento – avevano un'importanza fondamentale nell'abbigliamento femminile; molto spesso (le maniche) non avevano nulla che fare con la stoffa dell'abito, erano un particolare indipendente dal resto dell'abbigliamento; avevano una funzione esclusivamente decorativa: un abito poteva ornarsi ora di un tipo di maniche, ora di un altro.
Questo particolare abbigliamento aveva assunto tanta importanza, per quel tempo, che dal lusso delle maniche si poteva notare il rango di appartenenza delle dame che assistevano ai tornei cavallereschi.
In Francia (da sempre all'avanguardia in fatto di moda) le damigelle, che dalla tribuna assistevano agli scontri cavallereschi, erano solite regalare al proprio cavaliere le maniche del vestito come augurio di vittoria e pegno d'amore; il cavaliere se le legava sulla corazza, intorno alle spalle.
Queste maniche erano chiamate manches honorables maniche d'onore).
Il termine, come accade sempre in fatto di lingua, fu esportato ben presto nel nostro Paese acquisendo l'accezione generica di dono, ricompensa, regalia e fu italianizzato in mancia.

06-10-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Superlativi speciali

Due parole due sul suffisso -issimo che serve per la formazione del superlativo assoluto. Quasi tutti gli aggettivi di grado positivo possono diventare superlativi con un'operazione semplicissima: si tolgono le desinenze -o e -a (se gli aggettivi appartengono alla I classe) ed -e (se invece appartengono alla II) e si appiccica il suffisso -issimo alla radice: bello, bell, bell/issimo/; facile, facil, facil/issimo/.
Le cose si complicano un po' quando gli aggettivi terminano in -io. Occorre vedere se la i è tonica (cioè se nella pronuncia vi cade l'accento), in questo caso si manterranno le due i (una del tema o radice l'altra del suffisso): restìo, restiissimo; se la i della radice, invece, è atona si fonderà con quella del suffisso: vecchio, vecchissimo.
Un discorso a parte per quanto riguarda gli aggettivi in -eo e in -uo. Alcuni di questi, per esempio argenteo e ferreo, costituiscono il complemento di materia e di conseguenza non possono, per il loro stesso significato, diventare di grado superlativo (ma anche comparativo).
Altri, infine, avrebbero il normale finale in -eissimo e -uissimo che, però, è da evitare per una questione di suono; avremmo, infatti, innocuissimo, ateissimo, idoneissimo ecc., parole decisamente cacofoniche. In questi casi, quindi, si può ricorrere all'ausilio del preziosissimo avverbio: molto proficuo, del tutto ateo, assai innocuo e via discorrendo.

05-10-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink