Pasta al sugo? No, con il sugo
Due parole due sull'uso corretto della preposizione a che concorre alla formazione di molte locuzioni avverbiali in cui la suddetta preposizione va sempre ripetuta.
Chi vuole scrivere e parlare correttamente, rispettando cioè la lingua di Dante, dovrà dire (e scrivere) quindi: a mano a mano; a poco a poco; a passo a passo; a tre a tre; a spalla a spalla; a goccia a goccia; a faccia a faccia ecc.
Colui che non ripete la preposizione a e dice, per esempio, corpo a corpo in luogo di a corpo a corpo incorre, se non in un errore, in un francesismo che in buona lingua italiana è da evitare.
Come sono da evitare le espressioni – anche se di uso comune – pasta al sugo; gelato al cioccolato; risotto ai funghi e simili.
La preposizione a in questi casi va sostituita con la sorella con in quanto è l'unica autorizzata a introdurre il complemento di mezzo. Pasta con il sugo quindi, non al sugo.
La mansarda
Esaminiamo un'altra parola di uso comune e dal significato nascosto: mansarda. Cominciamo con il dire che non è un termine schiettamente italiano essendoci giunto dal francese mansarde.
Il significato scoperto, dunque, tutti lo conosciamo: piccola sopraelevazione di alcuni edifici a forma di abbaino con tetto a due spioventi e, per estensione, soffitta. Il significato coperto nasconde il nome dell'architetto francese François Mansart (1598-1666) che introdusse questo tipo di costruzione riconvertendo i sottotetti e già usati come abitazione nel periodo medievale.
Quanto ad abbaino, cioè al lucernario, vale a dire all'apertura sopra i tetti, per salirci sopra, o per dar luce a camere che stanno sotto il tetto viene dal genovese abbaén (fratino, piccolo abate). «Da un documento del Quattrocento – ci fa sapere Gianfranco Lotti – si apprende che in Liguria questo termine era in uso per indicare la tegola di ardesia, di colore simile a quello dell'abito di certi frati. A maggior ragione fu chiamata abbaino ogni finestra , praticata sui tetti, con copertura a due spioventi, la cui forma ricorda il cappuccio dei monaci».
Restando in tema di etimologia (e per assonanza), è interessante scoprire l'origine di abate che, attraverso il latino abbate(m) , passando per il greco ecclesiastico ci conduce all'aramaico ab (padre). Gli abati, i frati, non sono i nostri padri?
L'abate e la minestra
Il nostro idioma – lo abbiamo visto altre volte – è ricco di parole di tutti i giorni, di parole, cioè, di uso comune che... usiamo tutti i giorni e che conosciamo per pratica ma dal significato intrinseco nascosto.
Chi non conosce, ad esempio, il significato scoperto di minestra, vocabolo sulla bocca di tutti e che ha generato molti modi di dire, tra i quali – quello più conosciuto – è sempre la solita minestra, vale a dire è sempre la stessa cosa?
Se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana e leggere, alla voce in oggetto: minestra – vivanda per lo più brodosa che si mangia come primo piatto; pietanza di riso o pasta, in brodo con verdura o legumi o cotta in acqua, scolata e condita e, in senso figurato, operazione, faccenda. Questo, dunque, il significato scoperto. E quello nascosto? Che cosa è, insomma, questa minestra?
Lo scopriamo se risaliamo all'origine del vocabolo che è tratto dal verbo dell'italiano antico minestrare, vale a dire servire, particolarmente porgere, versare i cibi a tavola.
E nei tempi antichi chi serviva i cibi a tavola? Il minister, cioè il servo, il domestico. Da minister (tratto dal latino minus, inferiore), vale a dire da colui che prepara e serve le vivande, si è fatto il latino ministrare, da questo l'italiano antico minestrare (somministrare) e, infine, minestra che propriamente vale vivanda servita o da servire in tavola.
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