La strada e la... via
La mattina, quando salite sulla vostra auto o sull’autobus, per recarvi al lavoro, quale via o strada percorrete? Ecco, gentili amici, due parole di significato comune e di identico... significato. Vediamo, assieme, la strada che la... strada e la via hanno percorso.
Ricorderete senza dubbio, per averli studiati a scuola, i nomi di alcune vie consolari — così chiamate perché prendevano (prendono) il nome del console romano che ne aveva iniziato la costruzione — che partivano da Roma e si aprivano a raggiera nelle contrade dello stivale: la via Aurelia, che da Roma portava a Ventimiglia; la via Appia, dalla capitale a Capua e poi a Brindisi, la più antica via consolare di cui ancora oggi rimangono visibili numerosi tratti; la via Cassia, fino a Pistoia; la via Flaminia dall’Urbe a Rimini dove si allacciava alla via Emilia fino a Milano. Bene.
Ne consegue che via è termine latino rimasto intatto nella grafia, nella pronuncia e nel significato a tutti noto. E la strada? Questa parola esisteva anche in latino, però nella forma strata, e non era un sostantivo sibbene un participio passato (quindi un aggettivo) che si univa al nome via (via strata) per indicare una via non in terra battuta ma lastricata con ciottoli. Strata, infatti, è il participio passato femminile del verbo sternere che significa, per l’appunto, fare uno strato, lastricare. La via strata, quindi, serviva per indicare solo le vie urbane, cioè le vie della città. Le altre erano semplicemente vie perché polverose e fangose non essendo, appunto, lastricate.
Con il trascorrere del tempo — come accade sempre in fatto di lingua — il sostantivo via cadde e rimase solo il participio passato strata, divenuto in italiano — attraverso un processo semantico — strada. Oggi i due termini, strada e via, sono l’uno sinonimo dell’altro. Se volessimo pedanteggiare, però, dovremmo chiamare strada le vie dei centri abitati e via quelle di campagna.
Il viottolo, in proposito, non vi dice nulla? Ma le sorprese non sono finite: un derivato del verbo latino sternere lo troviamo, addirittura, nella lingua inglese. Street, nella lingua di Albione, che cosa significa? Come tutti sappiamo, strada e anche in inglese si adopera solamente per indicare strade urbane.
Il linguaggio
In questo portale non abbiamo mai trattato del linguaggio nella sua accezione più ampia. Vogliamo vederla? Con il termine linguaggio si intende, dunque, «qualunque mezzo che serve per la comunicazione di un messaggio, di un pensiero, di un’idea, ecc.». In questo senso sono forme di linguaggio i suoni, i gesti, le espressioni del volto, i disegni, le segnalazioni le più svariate (come potrebbero, anzi, possono essere le luci di un semaforo).
La forma di messaggio, o meglio di linguaggio più espressiva, più potente, più precisa — come si sa — si avvale della parola: il linguaggio, infatti, nella sua accezione primaria, quindi in senso proprio, è — potremmo dire — «l’uso delle parole, scritte e orali, secondo una regola convenzionale» che costituisce l’idioma di una collettività nazionale e no.
Ogni idioma o, se preferite, linguaggio, presenta diversi livelli: a) lingua ufficiale o formale, strettamente legata alle caratteristiche grammaticali di cui è espressione, ma proprio per questo spesso arida, impersonale seppur elegante; b) lingua comune, molto spesso non rispettosa delle regole convenzionali ma più viva ed espressiva, adoperata da tutti (lingua comune per le più consuete esigenze di comunicazione; c) lingua familiare o popolare, usata da una cerchia molto ristretta di utenti, più approssimativa ma più ricca di efficacia espressiva (basti pensare alla comunicativa di certe espressioni dialettali).
Ogni linguaggio, è noto, si adegua all’uso acquistando in tal modo — soprattutto sotto il profilo lessicale — diversificazioni dovute all’influenza dei vari settori d’uso. Tali diversificazioni determinano e caratterizzano i così detti linguaggi settoriali, vale a dire quel tipo di linguaggio che non sarebbe azzardato chiamare gergo, quei linguaggi legati a specifici settori professionali e di mestieri.
Il gergo, infatti, come specificano i dizionari è ogni «linguaggio convenzionale limitato a una ristretta categoria sociale» (il gergo della malavita, per esempio) e, per estensione, «ogni linguaggio artificiosamente diverso dal linguaggio comune» (il gergo burocratico per esempio). I linguaggi settoriali, per tanto, possono essere esemplificati in linguaggio giornalistico, tecnico, politico, scientifico, economico, sportivo, pubblicitario e via dicendo.
L'imposta...
Proseguiamo il nostro viaggio alla ricerca di parole omofone e omografe ma di significato diverso: le imposte. Prima, però, chiudiamo le... imposte perché non vogliamo che ci sentano i sostenitori dell’inutilità dello studio del latino.
È risaputo che i traditori del padre della nostra lingua non sono in grado di cogliere questo messaggio, tanto vale che non ci sentano. Chiudiamo, dunque, le imposte perché parleremo proprio di queste a dimostrazione della nostra tesi: il latino non si può gettare alle ortiche!
L’imposta, dunque, usiamo il singolare, è — come recitano i vocabolari — «il battente di legno che chiude l’apertura delle finestre impedendo alla luce di passare attraverso i vetri o di vedere chi sta fuori» e il suo nome deriva dal significato proprio del verbo latino imponere composto di in (sopra) e ponere (porre): porre sopra, quindi... imporre.
Per essere ancora più precisi è il participio passato impositum (imposto): il battente, infatti, è posto sopra la finestra. Per quanto attiene, invece, all’altro significato di imposta, vale a dire la «tassa sulle rendite private per formare una rendita a favore dello Stato o degli Enti locali destinata alle spese pubbliche», il termine non è altro che l’uso figurato dello stesso verbo latino imponere; l’imposta (tassa) è posta sopra i beni o le persone. C’è imposta e... imposta, quindi.
L’imposizione, cioè un comando, un ordine non è — in senso traslato — un’idea posta sopra quella altrui? Potremmo continuare per un pezzo ma non vogliamo tediarvi; vogliamo solo dimostrarvi, con i fatti, che non si può sostenere che il latino è una lingua morta il cui studio, quindi, è solo una perdita di tempo. No, non è affatto così, il latino vive attraverso l’italiano e l’italiano non si può capire se si prescinde dal latino.
Sarebbe azzardato sostenere che il latino è il fondamento di tutte le lingue? Crediamo di no. Non sarebbe il caso, per tanto, che si rivedessero i programmi della scuola media inferiore? Ma ci rendiamo conto che stiamo bestemmiando... Già è un miracolo se i programmi prevedono ancora la lettura del Manzoni (nella scuola media superiore). Che cosa pretendiamo? Accontentiamoci.
E non meravigliamoci più di tanto se i giovani di oggi a malapena distinguono la ha verbo dalla a preposizione; quando per legge faranno scomparire l’acca dal verbo avere, essendo un residuo del latino, la frittata sarà completa.
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