Iberismi...
Il nostro Paese — come si sa — è stato terra di conquista di molti popoli che hanno lasciato le loro impronte nel nostro idioma. Non possiamo sottacere, quindi, il fatto che gli Spagnoli, essendo stati i padroni di alcune nostre regioni, abbiano lasciato un segno indelebile della loro cultura e della loro lingua, ci abbiano dato, insomma i così detti iberismi. Vediamo, innanzi tutto, che cosa si intende con il termine iberismo.
In linguistica si chiama così ogni parola o locuzione spagnola (o portoghese) entrata nell’uso comune della nostra lingua, solitamente con modificazioni della grafia e della pronuncia adeguandosi — in tal modo — ai sistemi grafici e fonetici del nostro idioma.
Gli iberismi presenti nella nostra lingua si possono dividere in due gruppi: a) termini provenienti dallo spagnolo, propriamente detti ispanismi; b) vocaboli provenienti dal portoghese, propriamente chiamati lusismi (dall’antico nome del Portogallo: Lusitania). Questi ultimi, per la verità, non sono molti, al contrario degli ispanismi che entrano nell’italiano nel periodo che va dalla seconda metà del secolo XVI alla fine del XVII secolo, in coincidenza, appunto, del dominio spagnolo in Italia.
Nei secoli precedenti sono poche le voci spagnole entrate nella lingua, ricordiamo maiolica; infante (nell’accezione di principe reale); gala (entrato, però, attraverso il francese) e marrano. La maggior parte degli iberismi, o meglio ispanismi, si ha — come abbiamo visto — con la dominazione spagnola. In questo periodo entrano nel nostro idioma termini militari come alfiere e recluta (voce derivata dal francese recrue, participio passato femminile del verbo “recroitre, ricrescere; come osserva il Tommaseo «accrescimento delle milizie per giunta di nuovi militi».
C’è anche da dire che i puristi vorrebbero si dicesse reclùta, con l’accento sulla u, con la pronuncia piana, dunque, come la gran parte delle nostre parole; voci della moda: alamaro, guardinfante; termini marinareschi: rotta, doppiare, nostromo, flotta, flottiglia, risacca; termini vari: buscare, appartamento, arrabattarsi, floscio, accudire; voci della danza come sarabanda e ciaccona; termini di comportamento sociale come baciamano, etichetta, creanza, disinvoltura.
Dopo un periodo di stasi, in cui l’influenza spagnola sulla nostra lingua è pressoché nulla, si ha un risveglio nell’Ottocento in cui entrano nel nostro linguaggio vocaboli come bolero, baraonda, caramella, camarilla, compleanno, corrida, disguido, guerrigliero, farfugliare.
Pochi, invece, come abbiamo accennato all’inizio, i lusismi accolti nel nostro vocabolario in quanto i rapporti tra il nostro Paese e il Portogallo sono stati — nel corso dei secoli — quasi nulli e per lo più indiretti; ciò spiega la pochezza del linguaggio italo-lusitano.
Citiamo, dunque, i lusismi che tutti adoperiamo inconsciamente: marmellata, casta, tolda, autodafé. Il portoghese, tuttavia, come lo spagnolo, ha il merito di avere introdotto nella nostra lingua termini derivati dalle diverse lingue originarie dei Paesi extraeuropei che furono a lungo colonie della penisola iberica: banana, bonzo, samba, pagoda, cavia, macao, mandarino.
Una piccola casetta
Molto spesso ci capita di sentire o di leggere sulla stampa frasi tipo: «Giovanni possiede una piccola casetta in campagna».
Una casetta non è una piccola casa? Ci sembra errato, quindi, legare l’aggettivo piccolo con un sostantivo alterato di forma diminutiva. Quindi: o una piccola casa o una casetta.
Lo stesso discorso si può fare per quanto attiene all’aggettivo grande: «ti mando un grande bacione». Si dirà: un bacione o un grande bacio.
Attendiamo smentite...
Plaudo il o al?
«PDL e PD plaudono il finanziamento. Il commissario è l’ultima spiaggia», così titolava, ieri, un quotidiano a distribuzione gratuita. Allora? si chiederà qualcuno. L’allora sta in un errore.
Il verbo plaudire (o plaudere) è intransitivo e si costruisce con la preposizione a. Il titolo, quindi, avrebbe dovuto recitare: «PDL e PD plaudono al finanziamento».
Diciamo subito, a scanso di equivoci, che qualche vocabolario attesta il verbo in oggetto come transitivo e intransitivo, ma la quasi totalità degli incunaboli che abbiamo consultato sono perentori: intransitivo.
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