La fanfara e il fanfarone
– Corri, corri, papà, arrivano i fanfaroni: sento la musica in lontananza; corri, affacciati alla finestra. – Ma che dici!, birbantello – ribattè il padre – non sono fanfaroni, cioè persone che inventano spacconate, ma degnissime persone che suonano in una fanfara, vale a dire in un complesso musicale formato di soli ottoni.
Nella sua ingenuità, però, il piccolino non aveva tutti i torti: una parentela etimologica del fanfarone con la fanfara si può trovare, come fa notare Ottorino Pianigiani nel suo Dizionario (si clicchi, in calce, sui collegamenti).
A questo punto, però, una domanda sorge spontanea: come si chiama chi suona in una fanfara? Non esiste un termine ad hoc.
Noi azzardiamo un neologismo: fanfarista. Il suffisso -ista, sin dall'antichità, si affigge in italiano a basi lessicali verbali e nominali per formare sostantivi che designano attività, mestieri, professioni. Da arte abbiamo artista; da violino si ha violinista; da fanfara possiamo avere, benissimo, fanfarista.
etimo.it
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Sono dovuta svegliarmi
Un lettore ha posto il seguente quesito al linguista di un importante quotidiano, edizione in rete: «Salve! È sorto un dubbio tra i nostri amici: sono dovuta svegliarmi o ho dovuto svegliarmi. Qual è la forma corretta? grazie».
Ed ecco la risposta del titolare della rubrica linguistica: «Nessuna delle due forme è scorretta. Se vuole una mia preferenza io scriverei: mi sono dovuta svegliare».
No, cortese Professore: solo la seconda forma è corretta. Quando la particella pronominale è attaccata al verbo infinito si deve adoperare SOLO l’ausiliare avere: ho dovuto svegliarmi, appunto.
Insomma, mi sono dovuta svegliare (ausiliare essere quando il pronome riflessivo è proclitico) e ho dovuto svegliarmi (ausiliare avere col riflessivo enclitico)...
È da ritenere corretta l'espressione sono dovuto vestirmi?
Fesso
Se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: rotto, crepato per il lungo (un vaso fesso, cioè rotto); imbecille, stupido. Che relazione intercorre tra l'imbecillità e la rottura, visto che il termine fesso presenta queste due accezioni? Apparentemente nessuna.
Proviamo, però, a risalire all'etimologia. Nel significato di rotto fesso non è altro che il participio passato (con valore aggettivale) del verbo fendere (tagliare, spaccare, oppure attraversare cosa fitta e folta: fendere la folla, fendere l'acqua); nel significato, invece, di stupido, imbecille, sciocco è voce napoletana derivata da fessa, cioè da vulva.
Chissà perché, nell'opinione popolare, gli organi genitali sono sempre stati sinonimi di stupidità. La fessa, comunque, non è una piccola fessura del corpo? Ecco, quindi, la relazione che – a nostro personale parere – intercorre tra il fesso, inteso come rotto e il fesso nell'accezione di stupido.
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