La riffa...

Durante le festività natalizie, ma soprattutto di fine anno – come è consuetudine, ormai – non c’è bar o negozio di generi alimentari (ma non solo) che non organizzi per i propri clienti una grandiosa riffa mettendo in palio il meglio dei prodotti che il mercato possa offrire.
Il termine riffa è conosciutissimo; se apriamo un qualsivoglia vocabolario (anche quelli che definiamo permissivi) alla voce in oggetto, possiamo leggere: «lotteria privata, avente per premio un oggetto di valore».
Ciò che, probabilmente, molti non sanno, o meglio non conoscono, è la derivazione di questo vocabolo – tanto di attualità in questo particolare periodo – che non ha origini italiche bensì iberiche. Riffa è, infatti, l’adattamento della voce spagnola rifa che significa, per l’appunto, lotteria.
Non dobbiamo dimenticare che il nostro Paese, nel corso dei secoli, è stato terra di conquista di molti popoli, tra i quali anche gli Spagnoli; è normale, quindi, che la lingua italiana abbia risentito dell’influenza del lessico di questo popolo.
La lotteria, anzi la riffa, ci richiama alla mente una locuzione, un modo di dire di uso corrente: di riffa o di raffa. Quante volte vi sarà capitato di dire o di sentir dire: «di riffa o di raffa, hai ottenuto ciò che volevi»; lo scopo è stato raggiunto in un modo o nell’altro, comunque sia; questo è, infatti il significato dell’espressione.
Per la spiegazione di questa locuzione occorre sapere che riffa ha anche un’altra accezione: prepotenza. L’etimologia, in questo caso, non è molto chiara. Alcuni Autori fanno derivare il vocabolo dall’uso partenopeo di riffa nel significato di contesa, baruffa. Raffa, invece, deriva dall’antico verbo raffare, aferesi di arraffare (l’aferesi – in linguistica – è la caduta di una o più lettere all’inizio di una parola), afferrare, strappare con violenza.
Di riffa o di raffa, in un modo o nell’altro, quindi – stando all’etimologia dei due termini – sempre di prepotenza.
etimo.it

24-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


C'è qualità e... qualità

Il linguaggio burocratico - che, ricordiamolo, non fa la lingua - ci ha abituati a frasi del tipo in qualità di...; nella qualità di..., ecc.
In molte lettere di assunzione si può, infatti, leggere: Siamo lieti di comunicarle che dal giorno 10 luglio 2007 lei sarà assunto presso la nostra Società in qualità di segretario. È un'espressione, questa, da evitare se si vuole scrivere e parlare in buona lingua italiana.
Qualità - in casi del genere - si può sostituire con come, con il grado di: sarà assunto con il grado di segretario o, ancora meglio, con l'incarico di segretario.
Come è da evitare - sempre che si voglia scrivere e parlare correttamente - l'espressione di qualità nel significato di buona, ottima qualità: è un libro di qualità; uno spettacolo di qualità.
Fa notare il linguista Rigutini - non l'illustre sconosciuto estensore di queste noterelle - che si tratta del solito francesismo che consiste nel dare un senso determinato a parole che hanno bisogno di una determinazione; una qualità può essere anche cattiva e mediocre oltre che buona.
Eppure oggi tale locuzione è largamente usata, e dicono stoffa di qualità per significare che è un'ottima stoffa. Coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere evitino questi gallicismi. Come? Facendo precedere (o seguire) la qualità dalla sua determinazione: ottima, buona, mediocre e via dicendo.

24-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Trovare il diavolo nel catino

In questi giorni di festa chissà quanti amici lettori hanno trovato il diavolo nel catino perché, invitati a pranzo, sono giunti in ritardo.

L’espressione trovare il diavolo nel catino – forse poco conosciuta – significa arrivare molto tardi e non trovare più nulla da mangiare.

Nei tempi andati l’immagine del diavolo veniva spesso dipinta sul fondo delle insalatiere (catini) in cui i contadini erano soliti consumare i pasti in comune.

Colui che trovava la figura del diavolo nell’insalatiera restava, quindi, senza... mangiare.

23-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink