Anche l'occhio vuole la sua parte

Chi non conosce questo modo di dire, cortese Paolo di Manfredonia, adoperato per mettere in evidenza il fatto che occorre tener conto delle apparenze? La locuzione si riferisce soprattutto a cose artistiche; al fatto, cioè, che quando si compone un’opera le parti di cui è composta debbono essere in armonia tra loro e l’occhio vuol essere il giudice.
Quest’espressione – conosciutissima, appunto – trae origine, probabilmente, da una novella molto antica e di autore ignoto. Vediamola assieme. Si racconta che un sartore, nella stanza dove tagliava i panni e cuciva le vesti, avesse annesso uno stanzino chiuso sempre a chiave e in cui solo lui poteva entrare: sopra l’uscio del quale aveva fatto aprire un foro o finestrino di forma ellittica, uno di quelli che per avere appunto la forma dell’occhio si dicono “occhi” (i così detti spioncini, Ndr).
Il sartore tutte le volte che aveva tra le mani un bel panno, o drappo, o altra stoffa, sapeva far così bene i suoi tagli, che la “bandiera” ne usciva sempre; e questa, appena spiccata, lanciava entro quell’occhio, che non era mai chiuso. Avvenne che uno dei suoi avventori, il quale gli aveva dato assai più panno che non bisognava per il suo vestito; quando ei s’ebbe questo ben lavorato senza il pezzo d’avanzo, ch’egli aspettava, andò sulle furie, e corse al sartore.
Questi con l’usata sua franchezza stese sopra il suo bancone altro panno press’a poco della quantità del suddetto; e facendovi sopra i suoi segni, dimostrò che tanto n’era andato per la vita, tanto per le falde, tanto per le maniche, tanto per questo e tanto per quest’altro: e poi, concludendo disse, l’occhio vuole la sua parte.
E ciò dicendo, con la coda dell’occhio suo accennava all’occhio dell’uscio. Il povero avventore vinto da tante dimostrazioni e ciarle, non seppe più che dire, e conclude anch’egli rassegnato: vorrà anch’esso l’occhio la parte sua!.

18-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Datare e ribattere

Due osservazioni sull'uso corretto di questi verbi.

Il primo, datare, significa, propriamente, porre la data. Non è adoperato correttamente nelle espressioni burocratiche a datare da... Si dica a cominciare da... o, ancora meglio, da... Da domani cominciano i saldi, non a far data da domani.

Il secondo, ribattere, è un verbo transitivo e in quanto tale vuole il complemento oggetto: ribattere le accuse non alle accuse.

18-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


La dieta? Si ascolta...

Ecco un’altra parola omografa e omofona ma con significati distinti: dieta. Il significato più noto, quello sulla bocca delle ragazze in modo particolare, è quello che recitano i vocabolari, vale a dire «regime alimentare a cui uno si sottopone per cura o per igiene; esso viene stabilito da un medico specialista il quale, tenendo presente l’attività svolta dal soggetto, il suo fabbisogno di calorie e il suo stato di salute generale, gli prescrive certe regole di vita e soprattutto la quantità e la qualità dei cibi di cui deve nutrirsi».
In questa accezione il termine dieta è il latino diaeta, tratto dal greco δίαιτα, dìaita, che propriamente significa vita, quindi modo di vivere, tenore, regola di vita confacente alla salute.
L’altro significato, quello di “assemblea” (e simili) è tratto anch’esso dal latino, quello medievale, però: dieta (senza il dittongo), un derivato di dies (giorno), vale a dire spazio di un giorno e, per estensione, giorno stabilito per l’adunanza.
In origine con la dieta si intendeva l’assemblea nazionale dei popoli germanici e in seguito assemblea del sacro romano impero alla quale prendevano parte i feudatari, l’alto clero e i delegati delle città imperiali riuniti per deliberare su questioni importanti.
Con il trascorrere del tempo il vocabolo in questione ha acquisito il significato generico di assemblea e, per estensione, quello di parlamento.
Se non cadiamo in errore il parlamento giapponese non si chiama, infatti, Dieta?
etimo.it

17-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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