La dieta? Si ascolta...

Ecco un’altra parola omografa e omofona ma con significati distinti: dieta. Il significato più noto, quello sulla bocca delle ragazze in modo particolare, è quello che recitano i vocabolari, vale a dire «regime alimentare a cui uno si sottopone per cura o per igiene; esso viene stabilito da un medico specialista il quale, tenendo presente l’attività svolta dal soggetto, il suo fabbisogno di calorie e il suo stato di salute generale, gli prescrive certe regole di vita e soprattutto la quantità e la qualità dei cibi di cui deve nutrirsi».
In questa accezione il termine dieta è il latino diaeta, tratto dal greco δίαιτα, dìaita, che propriamente significa vita, quindi modo di vivere, tenore, regola di vita confacente alla salute.
L’altro significato, quello di “assemblea” (e simili) è tratto anch’esso dal latino, quello medievale, però: dieta (senza il dittongo), un derivato di dies (giorno), vale a dire spazio di un giorno e, per estensione, giorno stabilito per l’adunanza.
In origine con la dieta si intendeva l’assemblea nazionale dei popoli germanici e in seguito assemblea del sacro romano impero alla quale prendevano parte i feudatari, l’alto clero e i delegati delle città imperiali riuniti per deliberare su questioni importanti.
Con il trascorrere del tempo il vocabolo in questione ha acquisito il significato generico di assemblea e, per estensione, quello di parlamento.
Se non cadiamo in errore il parlamento giapponese non si chiama, infatti, Dieta?
etimo.it

17-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Le squadre di calcio

Perché – si chiede e ci chiede il lettore Osvaldo di Cesena – alcune squadre di calcio sono di genere femminile, altre di genere maschile? Dipende dall’emblema della città che ospita la squadra?

No, cortese amico, se così fosse dovremmo avere, per esempio, il Fiorentina perché l’emblema di Firenze è il giglio. Il genere del nome delle squadre è dato dalla ragione sociale della società calcistica.

Sono femminili, insomma, se la ragione sociale è società o associazione sportiva (la Roma); sono maschili se la ragione sociale è club o circolo sportivo (il Genoa).

16-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Andrò e rianderò

Un nostro amico ci ha chiamato in causa in quanto – poco prima della fine dell’anno scolastico – l’insegnante di suo figlio, liceale, ha sottolineato con la fatidica matita blu la frase rianderò con la memoria gli anni della mia infanzia, che il ragazzo aveva riportato, appunto, in un tema. Che cosa rispondere a quest’insegnante?
Dirgli «si aggiorni!» ci sembra improprio perché non si tratta di essere aggiornati, ma di conoscere i vari usi e le varie norme grammaticali che regolano il verbo andare, e la frase incriminata (a parere del professore) rispetta in pieno, invece, gli usi e le norme; lo studente non ha commesso, insomma, alcun errore linguistico-grammaticale.
Vediamo, quindi, la storia del verbo andare che molto spesso crea perplessità e problemi – come abbiamo visto – agli stessi docenti. Andare, dunque, appartiene alla schiera dei così detti verbi irregolari perché nel corso della coniugazione cambia il tema and in vad; il primo gli è proprio, nel senso che gli appartiene; il secondo è tratto dal verbo latino vadere e si coniuga con l’ausiliare essere.
Il futuro e il condizionale (andrò, andrei) sono le forme sincopate delle voci regolari anderò e anderei. Queste ultime non sono affatto errate – come sostengono alcune grammatiche – sebbene sia meglio lasciarle alla lingua parlata e alle composizioni poetiche.
È tremendamente errato, invece, l’accento che alcuni mettono sulla terza persona singolare del presente indicativo: egli và. Una legge grammaticale stabilisce, infatti, che i monosillabi composti con una consonante e una vocale non debbono essere accentati (eccetto qualche caso particolare): va (senza accento).
E veniamo al composto riandare, causa del contenzioso tra l’insegnante e lo studente, con vittoria di quest’ultimo. È superfluo ricordare il fatto che il verbo in questione è formato con il prefisso ri, indicante la ripetizione dell’azione, e con il verbo andare. Ciò che è importante conoscere, invece, è il fatto che detto verbo può essere sia transitivo sia intransitivo e può seguire e la coniugazione regolare e quella irregolare (io rivado, io riando).
Naturalmente secondo precise norme. È intransitivo e coniugato con la forma irregolare quando significa andare di nuovo, ritornare in un luogo: rivado a Parigi; sono riandato a Parigi. È transitivo e coniugato secondo la forma regolare (sempre il tema “and”) quando ha il significato di ripercorrere con la memoria, tornare con la mente sulle cose passate: gli anziani riandano i casi della loro vita.
Lo studente, quindi, ha ripercorso con la memoria la sua infanzia. Bene. E con trasandare, gentile professore, come la mettiamo? Secondo lei la forma corretta è io trasvado essendo un composto di andare? Ma non diciamolo neanche per ischerzo! Trasandare è regolarissimo: io trasando, tu trasandi, essi trasandano.
E sempre a proposito del verbo andare, è bene fare alcune considerazioni al fine di adoperarlo sempre correttamente. Andare, dunque, significa, in senso generico, spostarsi, andare da un luogo a un altro e può voler dire, di volta in volta, camminare, recarsi, dirigersi e molto spesso è contrapposto a venire.
Bene, nei casi specifici, ci sembra più opportuno dal punto di vista prettamente linguistico-grammaticale adoperare il verbo... specifico in luogo del tuttofare andare. Diremo, quindi, che Giulia si è recata a scuola invece della forma poco ortodossa è andata. Così come diremo che Luigi è partito per Venezia in luogo della forma popolana è andato. Ma questa, forse, è solo una nostra pedanteria.
È adoperato correttamente, invece, in alcune locuzioni particolari; anzi, in alcuni casi il verbo andare dà un tocco di classe ai nostri scritti. Andare per le lunghe, infatti, è meglio che procedere molto lentamente, indugiare troppo.
Concludendo: il verbo andare è indispensabile per la formazione dei così detti modi di dire come, per esempio, andare a genio, vale a dire soddisfare, piacere.

15-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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