La timidezza...
«I timidi non hanno meno amor proprio che gli arroganti; anzi più, o vogliamo dire più sensitivo; e perciò temono. E si guardano di non pungere gli altri, non per istima che ne facciano maggiore che gli insolenti e gli arditi, ma per evitare d’essere punti essi stessi, atteso l’estremo dolore che ricevono da ogni puntura».
Mentre leggevamo questo pensiero di Giacomo Leopardi ci siamo accorti di aver interrotto il viaggio attraverso la lingua italiana alla ricerca di parole di tutti i giorni per scoprirne il significato nascosto; lo spunto ci viene offerto, appunto, dalle parole dello scrittore recanatese. Cos’è dunque la timidezza di cui sono affetti i... timidi? Si perdoni il gioco di parole.
Basta aprire un qualsivoglia vocabolario e leggere: qualità, carattere di chi è timido; sensazione di disagio, imbarazzo quando si è in presenza di persone estranee e ciò per insicurezza, per pudore, per timore.
Ecco, da quest’ultimo vocabolo possiamo estrapolare il significato nascosto, anche se l’etimologia non è certa. La timidezza, dunque, è un deaggettivale (sostantivo derivato da un aggettivo) che si fa risalire al latino timidus, derivato del verbo timère (temere, aver paura). Il timido, quindi, in senso lato è una persona paurosa.
Colui, invece, che è affetto da arroganza è un essere presuntuoso e prepotente in quanto, come si legge nei soliti vocabolari, è una persona «che pretende più di quello che merita e usa modi insolenti e provocanti».
Anche l’arroganza, come la timidezza, ha natali latini: arrogantia. Viene da arrogare (attribuirsi, chiedere per sé). L’arrogante, insomma, è la persona che vuole a tutti i costi una cosa che non le spetta; esigendola, invece, come se le fosse dovuta per legge. L’arrogante, anche in questo caso in senso lato, è una persona esigente.
È interessante vedere quanto dice sul verbo arrogare il linguista Ottorino Pianigiani. Il verbo, intanto, come dicevamo è di formazione latina essendo composto con la preposizione ad e il verbo rogare, divenuto per assimilazione, l’italiano arrogare (richiedere, domandare).
Ma diamo la parola all’illustre linguista: «Nell’antico diritto romano (arrogare, NdR) significò pure adottare una persona non sottoposta alla patria potestà d’un l’altro: e ciò si disse perché, affin di procedere a questa specie di adozione, occorreva nei primi tempi richiederne il popolo riunito ne’ comizi ed ottenerne il consenso. In seguito all’assenso del popolo si sostituì il rescritto del principe».
E concludiamo con la disinvoltura, che si può considerare il contrario della timidezza. Alcuni fanno derivare il termine dallo spagnolo desenvoltura, composto con des (non) e il verbo envolver (involgere), alla lettera: non involtura. Il disinvolto, quindi, è non involto, vale a dire non imbrigliato, spigliato (nei gesti e nella parola) insomma libero da impacci.
Più esatto?... Esatto!
In un foro di lingua italiana un lettore ha contestato a un altro lettore un più esatto, sostenendo che una cosa o è esatta o non lo è. Esatto, insomma, non può avere i gradi comparativo e superlativo. Più esatto è, invece... esatto.
Il suddetto aggettivo, sinonimo di vero, giusto, accurato, puntuale, veritiero, rigoroso, sensibile, preciso e aggettivi simili può benissimo essere alterato nei gradi comparativo e superlativo.
Una riprova si ha nel fatto che nessuno si sognerebbe di considerare errato il più preciso in una frase tipo «il tuo orologio è più preciso del mio», vale a dire è più esatto.
L’esattezza può avere vari gradi, come la bianchezza. Se io dico, per esempio, che la mia camicia è più bianca della tua do alla mia camicia un grado di bianchezza superiore a quella tua. Il bianco, insomma, non è assoluto, ha vari gradi, e così l’esattezza.
Per concludere: si può ritenere errata la frase «i tuoi calcoli sono ‘più esatti’ dei miei»? Dimenticavamo: Più esatto si trova, tra l’altro, in Giacomo Leopardi (Zibaldone).
Caporale e sergente
Ci occupiamo ora di due termini militari: caporale e sergente. Per questi ci affidiamo alle sapienti note di Aldo Gabrielli, insigne linguista.
«...Non occorre essere esperti di lingua per sentire subito, così ad orecchio, che caporale risale alla parola ‘capo’ (...) e può quindi vantare una stretta cuginanza con capitano. In origine, anzi, il capitano era soggetto al caporale, appellativo generico di chi esercitava un comando (...).
Caporali del popolo erano a Firenze quei cittadini che il popolo eleggeva ogni anno a tutela dei propri diritti contro l’aristocrazia; e infatti lo storico del Trecento Giovanni Villani, nella sua Cronaca ci parla delli maggiori e più possenti caporali dell’annata; e ci fa anche sapere che i caporali comandavano su quarantamila sergenti. Davvero una gerarchia in evoluzione.
Del resto non dimentichiamo che Napoleone si fregiò del titolo di caporale di Francia. E non soltanto Napoleone. Il sergente invece ebbe (...) un’origine piuttosto oscura. Il nome, infatti, è una semplice variante di servente, participio presente del verbo servire, influenzato dall’antico francese sergent, cioè colui che serve, un servo».
- Dizionario italiano
- Grammatica italiana
- Verbi Italiani
- Dizionario latino
- Dizionario greco antico
- Dizionario francese
- Dizionario inglese
- Dizionario tedesco
- Dizionario spagnolo
- Dizionario greco moderno
- Dizionario piemontese