De articulo
Se apriamo un qualsivoglia libro di grammatica leggiamo, nella parte che tratta dell’articolo, la solita pappardella che imparammo – a suo tempo – in terza o quarta elementare: l’articolo è quella parte variabile del discorso che si mette prima del nome per indicarne il genere e il numero in modo determinato o indeterminato.
Siamo sicuri di non peccare di presunzione se affermiamo – a questo proposito – che molte persone, anche tra le più acculturate, non conoscono il significato intrinseco dell’articolo. Colpa loro? No. Colpa delle grammatiche e della scuola e, per questa, di molti insegnanti che non sentono il dovere di approfondire l’argomento (forse non lo conoscono?).
Vediamo di supplire alle carenze scolastiche. Questa paroletta (articolo), come viene definita da alcune grammatiche, che si premette al nome per meglio indicarlo è il latino articulus, diminutivo di artus (membro, giuntura) e in origine indicava il piccolo arto, la giuntura del corpo.
In linguistica, per tanto, si adopera questo termine per indicare l’elemento che introduce e sostiene il sostantivo, come le giunture del corpo sostengono le membra. Con il trascorrere del tempo e per estensione l’articolo ha acquisito anche altri significati come punto, suddivisione, sezione (l’articolo di un giornale non è una sezione del giornale stesso?).
Abbiamo, così, i vari articoli esposti in un negozio: articoli di abbigliamento, articoli sportivi e via dicendo. L’articolo, sempre per estensione, è anche ciascuna delle suddivisioni di un regolamento, di una legge, di un trattato (l’insieme degli articoli, cioè delle giunture costituisce, o se preferite, costituiscono il regolamento, la legge).
A proposito di giornali, alcuni sostengono che l’articolo in senso giornalistico sia un calco sull’inglese articles. È una tesi, questa, discutibile a nostro modo di vedere... Ma torniamo, un attimo (non attimino, per carità!), all’articolo grammaticale vedendo per sommi capi il suo uso corretto.
La norma generale impone l’articolo davanti a tutti i nomi comuni; si omette, però, e l’omissione è obbligatoria, in numerose locuzioni o espressioni particolari come, per esempio, aver sonno, far paura, andare a cavallo, camicia da notte, sopportare con pazienza ecc.
Dei nomi propri richiedono l’articolo determinativo, solo quello, si badi bene, i nomi dei monti: il Cervino, il Bianco; i nomi dei fiumi: il Po, il Tevere; i nomi di regione, di nazione, di continente: il Lazio, la Grecia, l’Asia.
È altresì necessario l’uso dell’articolo davanti ai cognomi: il Bianchi, il Rossi, il Ferrari. Davanti ai cognomi di personaggi illustri e conosciuti l’articolo si può porre o omettere, dipende dal gusto di chi scrive o parla: Manzoni o il Manzoni, Leopardi o il Leopardi.
Rifiutano categoricamente l’articolo i nomi di città, salvo quelli in cui l’articolo – per consuetudine popolare – è diventato parte integrante del nome: La Spezia, L’Aquila, La Valletta ecc. È consigliabile, anzi, obbligatorio l’articolo davanti ai nomi di città se sono preceduti da un aggettivo o accompagnati con una specificazione: la Roma umbertina, la Firenze medievale, la dotta Bologna.
E a proposito dei nomi geografici, dei fiumi in particolare, alcune volte ci troviamo di fronte al dubbio amletico circa il genere di articolo da adoperare: maschile o femminile? Si dice, generalmente, che i nomi dei fiumi che terminano in -o, in -e e in -i sono di genere maschile: il Tevere, il Tamigi, il Ticino; quelli la cui terminazione è in -a sono, prevalentemente, femminili: la Senna, la Garonna.
Ma come la mettiamo con il fiume Volga? Stando alla regola dovrebbe essere femminile: la Volga. Nell’uso comune sentiamo, invece, il Volga. Perché? Il motivo è semplicissimo: Volga è femminile in russo e in francese; maschile in spagnolo e in questo genere si usa, generalmente, anche in italiano.
La forma originaria femminile si incontra, però, presso alcuni scrittori come il D’Annunzio che scrive dalla Volga al Golfo Persico. Il genere femminile, per tanto, non è da considerare erroneo perché rispecchia la forma originaria russa come usano, soprattutto, gli slavisti.
Ma anche il nostro fiume Piave è ambisesso: la Piave e il Piave. In alcuni vecchi libri prevale il femminile, come si può notare leggendo Antonio Stoppani, Gasaparo Gozzi e il moderno Paolo Monelli. Il Carducci e in particolare Gabriele D’Annunzio mascolinizzarono il fiume sacro alla Patria tanto è vero che la famosissima canzone della Grande Guerra recita: il Piave mormorò
Nei meandri della lingua
Prima di addentrarci nei meandri della lingua che – come abbiamo visto altre volte – è ricchissima di parole che usiamo con la massima indifferenza senza conoscerne il significato recondito, soffermiamoci un attimo sull’accezione nascosta di meandro, appunto.
Adoperiamo questo termine quando vogliamo mettere in particolare evidenza l’intricatezza e la tortuosità del linguaggio di talune persone nell’esporre il proprio pensiero o il proprio scritto. Il meandro, dunque, è ciascuna delle anse, delle sinuosità che i fiumi determinano scorrendo su un terreno piano o con lieve pendenza.
Anche questo vocabolo proviene dal tanto bistrattato latino: meandrus (curva), tratto dal nome del fiume Meandro che scorre in Asia Minore in numerosissime sinuosità.
In senso traslato, quindi, meandro è sinonimo di tortuosità di pensiero: non è affatto possibile seguirlo nei meandri del suo ragionamento.
L'apostrofo in fin di rigo?
Molti amici lettori ci hanno scritto per conoscere la verità circa la correttezza dell’apostrofo in fin di rigo (o riga). Le grammatiche tacciono sull’argomento e gli insegnanti si rifanno alle... grammatiche. Alcuni docenti, anzi, sono categorici: mai l’apostrofo in fin di rigo! E così assistiamo impotenti a dei veri e propri sconci linguistici: lo / uovo; la / uva; lo / ordine; del / l’ignoranza e simili.
No, gentili signori, in fin di rigo si può, anzi si deve mettere l’apostrofo (quando è necessario, ovviamente). Per la verità la polemica sulla correttezza dell’apostrofo in fin di rigo non si è mai spenta da quando – seicento anni fa – l’umanista Pietro Bembo introdusse questo segno ortografico e il celeberrimo tipografo Manunzio lo diffuse attraverso la stampa.
Le grammatiche, come abbiamo detto, non trattano l’argomento e se lo trattano non sono chiare. L’idea, quindi, di non apostrofare con l’a capo – secondo alcuni autorevoli glottologi – è stata partorita dal cervello di qualche tipografo preoccupato solo di riempire la riga (quando la stampa era a caldo, cioè le righe erano pezzi di piombo fuso).
L’abuso, così, si impose e fu accolto da alcuni grammatici con la scusa che un vocabolo terminante con l’apostrofo non è pronunciabile autonomamente ma solo unito alla parola seguente. Nulla di più pretestuoso e falso.
Quante parole senza apostrofo si spezzano per andare a capo? Amici, apostrofate pure in fin di rigo, nessuno che ami la lingua vi potrà tacciare di ignoranza linguistica.
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