Pagare il fio e lo scotto
Sapete perché si dice pagare il fio e lo scotto? Donde provengono queste due espressioni di identico significato e note a tutti in quanto si fanno scendere in campo quando si vuole mettere in evidenza il castigo o la pena dovuta per rimediare a una colpa o a un comportamento non certo irreprensibile? Vediamolo assieme.
Il fio (dal francese antico fieu, feudo e per estensione tassa) era il tributo che i vassalli dovevano pagare al padrone-signore; mentre lo scotto (dal franco skot, tassa) era il prezzo da pagare dopo aver mangiato e alloggiato in una locanda.
Con il trascorrere del tempo i due termini hanno subito una metamorfosi semantica acquisendo il significato di pena, castigo: non hai rispettato gli impegni, ora pagane lo scotto, subisci, cioè, le conseguenze del tuo deprecabile comportamento.
Il cavalier del dente
I denti, vale a dire ciascuna delle formazioni presenti nella bocca dei vertebrati destinate alla masticazione dei cibi (nell’uomo servono anche per una corretta articolazione dei suoni nelle parole), hanno dato origine a molti modi di dire conosciutissimi (e non abbisognevoli di spiegazione), tra cui a denti stretti, avere il dente avvelenato, difendere coi denti, battere i denti ecc.
Uno, siamo sicuri, è sconosciuto ai più: Cavalier del dente. Chi è costui? Colui che mangia molto, tanto da meritarsi quasi un’onorificenza ufficiale.
Naturalmente l’espressione si usa in senso ironico e scherzoso: «ecco Giovanni, il cavalier del dente».
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Parole nobilitate
Il nostro linguaggio è ricco di parole tratte dal mondo agricolo e trasportate in quello così detto culturale, ricevendo, in tal modo, una sorta di blasonato. Non c’è uomo di cultura, quindi, che parlando o scrivendo possa fare a meno di ricorrere a parole contadinesche nobilitate dall’uso. Tra questi vocaboli, i più numerosi sono quelli tratti dagli alberi. Vediamo, insieme, i più comuni e, per tanto, i più conosciuti (ma adoperati inconsciamente, senza conoscerne la provenienza volgare).
Quando, per esempio, chiamiamo il nostro corpo tronco umano confrontiamo la struttura di quest’ultimo con quella di un albero. Allorché descriviamo i rapporti di parentela parliamo di radice, di ramo, di ceppo e, un po’ scherzosamente, di rampolli.
E quando parliamo di cultura non ci riferiamo alla coltura, vale a dire alla coltivazione? Una persona si dice colta perché coltiva, appunto, lo spirito, l’animo. E così il culto che in latino valeva anzitutto coltivazione ha finito con l’acquisire l’accezione specifica di onore alla divinità.
E a proposito di cultura, taluni adoperano indifferentemente questo termine riferito all’attività dello spirito, dell’animo e a quella, chiamiamola, campestre: la cultura delle viti. È bene, invece – ed è un obbligo per chi ama la lingua – fare un distinguo.
Nel significato di educazione morale, intellettuale useremo cultura (con la u): avere un’ottima cultura, una cultura mediocre; nell’accezione di coltivazione del terreno e l’insieme dei lavori necessari perché suolo e piante diano buoni frutti adopereremo coltura (con la o): la coltura degli ortaggi; la floricoltura; la viticoltura.
E per concludere queste noterelle sull’uso di parole che ci piace definire nobilitate, vediamo un vocabolo agricolo che ricorre di frequente, purtroppo, in fatti di sangue: crivellato. Non si legge, infatti, sulla stampa che «il bandito è stato crivellato di colpi dalle forze dell’ordine» (o viceversa)? Il crivello, come si sa, è uno strumento nel quale si vaglia il grano. Crivellare di colpi vale, letteralmente, «fare tanti buchi quanti se ne possono vedere in un crivello».
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