Sia... sia o sia... che?
Il linguista di un quotidiano in rete ha ricevuto questo quesito postogli da un lettore: «Mi è sempre stato indicato come improprio l'uso della coordinativa correlativa sia... che, a favore della forma corretta sia... sia. Spesso mi capita di leggere, forme come questa: L'informazione riflette la varietà ambientale [...], nella sua capacità di comprendere in sé sia selezione che rinvio. Mi chiedo se questa forma (sia... che) sia da considerarsi errata, oppure venga considerata come variante consentita. Ho consultato alcune grammatiche, che non portano però esempi a riguardo».
L’esperto ha così risposto: «Sono varianti consentite: il loro uso dipende per lo più dal gusto e dall'orecchio di chi scrive».
La risposta del linguista è formalmente corretta. Sarebbe bene, però, non incoraggiare la diffusione del sia... che perché, come scrive Luca Serianni, accademico della Crusca, nella sua Grammatica Italiana: «(...) La correlazione è ottenuta col congiuntivo presente del verbo essere, usato con valore concessivo. Il che al secondo membro, piuttosto diffuso e ormai accettato anche dai grammatici tradizionalisti (...), talvolta potrebbe ingenerare confusione, specie in periodi complessi (...)».
Accettato, tradotto, significa tollerato. La sola forma grammaticalmente legittima è, dunque, sia... sia. Questa locuzione correlativa sta per tanto... quanto, e... e; il secondo sia può essere sostituito da o, ossia, giammai da che, con cui non può evidentemente stare in correlazione: sia noi sia voi; sia noi ossia voi.
È giusta, corretta, invece la locuzione sia che... sia che: sia che partiate, sia che restiate.
Cappottare
Le cronache dei giornali ci hanno abituato, purtroppo, a convivere con un bruttissimo barbarismo: cappottare. Leggiamo, sovente, frasi del tipo: «l’automobile, dopo il pauroso scontro, si è cappottata e tutti gli occupanti sono deceduti sul colpo». Premesso che non vorremmo mai leggere notizie di questo tenore, vogliamo spendere due parole sull’origine e sull’uso di questa orribile... parola.
Innanzi tutto è un francesismo e in quanto tale in buon italiano non si dovrebbe adoperare. Ci sono termini italianissimi che fanno alla bisogna: capovolgere e ribaltare. Il francese capoter, da cui l’italiano cappottare, è un termine di origine marinaresca e sta a indicare il rovesciarsi di una nave. Dalle navi il vocabolo è passato, consolidandosi, al linguaggio automobilistico e aeronautico.
Se proprio lo si vuole adoperare lo si usi, almeno, con una sola p: capottare. Così facendo si ferisce una sola lingua, non due. Cappottare, a nostro modo di vedere, è un termine ibrido: né francese né italiano.
Dimenticavamo una cosa ancora più importante: il suo ausiliare naturale è avere (non essere); l’auto ha capottato. Perché? Perché come tutti i verbi che indicano un moto fine a sé stesso si deve coniugare con l’ausiliare avere.
Punti di vista...
Chiedo scusa a tutti coloro che usano nei loro discorsi e nei loro scritti frasi tipo dal punto di vista letterario il libro non è interessante; oppure, dal punto di vista economico il Paese non ha fatto un passo avanti.
Perché chiedo scusa? Perché frasi del genere mi fanno ridere. È un francesismo ridicolo. Come si può parlare di fatti, di oggetti, di cose che non hanno occhi? Dal punto di vista letterario: dove sono gli occhi? Dal punto di vista economico: dove sono gli occhi?
Insomma, a mio avviso, la locuzione dal punto di vista si può adoperare esclusivamente riferita a una persona (che ha occhi per vedere e, quindi, per giudicare): Dal punto di vista di Giovanni quel libro non ha nulla di letterario. Che cosa fare? Cambiare locuzione.
Quel libro non è interessante perché non ha alcun valore letterario; oppure: quanto a valore letterario quel libro non è interessante. In quanto all'economia questo Paese non ha fatto un passo avanti; oppure: per ciò che riguarda l'economia questo Paese non ha fatto un passo avanti (o locuzioni simili).
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