No e non pari non sono
Gli avverbi di negazione no e non hanno usi nettamente distinti; non si possono adoperare a capocchia o ricorrendo al lancio della monetina: testa no, croce non.
Il primo (no) appartiene alla schiera delle così dette parole olofrastiche, dal greco όλος (hòlos, intero) e φράζω (phràzo, dichiaro), le quali riassumendo in sé un’intera frase debbono essere sempre isolate e in posizione accentata; non debbono, cioè, essere seguite da altra parola: vieni o no? Risulta evidente, dall’esempio, che il no è olofrastico in quanto sottintende (e la riassume) la frase o non vieni?.
Il secondo avverbio (non) non si può mai trovare in posizione accentata (cioè assoluto, da solo), si deve sempre adoperare in posizione proclitica, vale a dire prima di un’altra parola che necessariamente lo deve seguire: vieni o non vieni?
A questo punto vediamo — per maggiore chiarezza — che cosa significa posizione proclitica. Si dicono proclitiche, dal greco πρό (pro, davanti, prima), quelle particelle atone che si appoggiano nella pronuncia (quindi nell’accentazione) alla parola che segue.
Sono proclitiche, ad esempio, tutte le particelle pronominali messe prima del verbo in quanto si pronunciano unite al verbo: Giovanni mi ha parlato.
Non seguite, quindi, le malelingue della carta stampata e no che scrivono e dicono, per esempio: amici e non; gli addetti ai lavori e non; cantanti e non; esperti e non e simili. Tutti questi non sono errati e vanno sostituiti con no per la legge linguistica su menzionata.
Un pauroso sinistro incidente
«Un pauroso sinistro incidente sconvolge un intero quartiere», così titolava un grande e autorevole settimanale che informava i suoi lettori di un incidente stradale dove perdevano la vita cinque bambini di un asilo di una scuola privata.
Secondo il cronista del periodico l’incidente era stato sinistro perché aveva avuto la peggio uno scuolabus che, provenendo da sinistra e giunto a un incrocio, non aveva rispettato lo stop ed era stato investito in pieno da un autobus di linea, provocando, così, l’orribile morte di cinque fanciulli.
Mai avevamo letto simili sciocchezze! Secondo questo cronista c’è l’incidente sinistro e quello destro. Non vorremmo che questo settimanale capitasse sotto gli occhi di qualche sprovveduto studente, con le conseguenze… scolastiche che tutti possono immaginare.
Ci affrettiamo, quindi, nel chiarire che sinistro è sinonimo di incidente. Se apriamo, infatti, un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana, il Sandron ad esempio, leggiamo alla voce sinistro: «perire in un sinistro stradale».
A questo punto è interessante vedere come è nato il sostantivo sinistro come sinonimo di incidente. Diamo la parola a un autorevolissimo linguista, Ottorino Pianigiani, che nel suo Vocabolario così spiega l’origine di sinistro nell’accezione di incidente:
«Presso i Romani, i quali volti a mezzogiorno avevano il levante a sinistra, d’onde venivano gli àuguri, i buoni auspici (sinistro, NdR) significò pure di felice augurio, prospero, lieto; ma presso altri popoli e specialmente i Greci, i quali volti nei loro riti religiosi a settentrione avevano alla sinistra il ponente, da cui si partivano i cattivi àuguri, significò infelice, infausto, triste, avverso, perverso, cattivo e questo senso accettato poi anche dai Latini trapassò nelle lingue romane (l’italiano) e vi perdura tuttora».
Come sostantivo, quindi, sinistro ha assunto l’accezione di incidente, calamità. Chi sono, infatti, i sinistrati se non le persone alle quali è capitato un sinistro, vale a dire un danno in seguito a sconvolgimenti bellici o naturali? Ma non finisce qui…
Dal sostantivo sinistro è stato coniato il verbo intransitivo pronominale sinistrarsi: andare in collera, infuriarsi. Preghiamo, per tanto, l’articolista del settimanale incriminato di non sinistrarsi se gli capiterà di leggere queste modestissime noterelle (anche perché non è stato citato il nome del giornalista né la testata del periodico per… ovvi motivi) e di astenersi, in futuro, dall’adoperare parole di cui non conosce il significato al fine di non compromettere l’incolumità linguistica dei gentili lettori.
E visto che siamo in tema di incidenti, concludiamo questa chiacchierata sul significato coperto di incidente, quello scoperto è noto a tutti, se non altro basta sfogliare un vocabolario qualunque e leggere: fatto che viene improvvisamente a interrompere il corso, il procedere regolare di una azione e comunemente è adoperato per indicare un infortunio, una disgrazia, un sinistro; disputa sorta inaspettatamente, durante una discussione, su un argomento secondario rispetto alla questione principale.
Questa, per l’appunto, l’accezione scoperta. Quella recondita, invece, ci riporta al latino incidente(m) , participio presente di incidere, composto della preposizione in e del verbo cadere (cadere), propriamente che cade sopra.
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Lontani e distanti
A proposito della nascita del Partito Democratico, un autorevole esponente politico ha detto in un’intervista al Tg1 delle 20.00 che, cito a memoria, i cittadini «vedevano i partiti lontani e distanti». La frase, a mio modo di vedere, è «lontana e distante» dalla buona lingua. Perché?
Lontano e distante sono l’uno sinonimo dell’altro. Il politico, quindi, avrebbe dovuto adoperare, correttamente, un solo aggettivo (o lontani o distanti).
Se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana e leggere:
lontano [lon-tà-no]
agg.
1 Distante nello spazio rispetto al luogo in cui si è o di cui si parla: la città è ancora lontana; viaggiarono in lontani paesi; la nave era già lontana dal porto | Assente: da un anno è lontano da casa | enf. Lontano un miglio, un chilometro, molto lontano | CONTRARIO. vicino
2 Distante nel tempo, passato o futuro: avvenimenti lontani; la scadenza del contratto è ancora lontana; l'inverno non è lontano | CON. prossimo
3 fig. Distante in senso astratto, non materiale: sei ben lontano dal vero | Di parente non stretto: sono lontani parenti
4 fig. Diverso, contrastante: il mio pensiero è molto lontano dal tuo | Siamo ben lontani!, fra noi non c'è possibilità di intesa | CONTRARIO affine, analogo
distante
[di-stàn-te] (pl. -ti, part. pres. di distàre)
agg.
1 Che dista, che è lontano nello spazio e nel tempo da un punto determinato: il paese è distante un chilometro dalla costa; avvenimenti troppo distanti da noi; non lo vidi perché era ancora distante | fig. Un'idea distante dalla verità
2 fig. Diverso, differente: i nostri modi di vedere non sono molto distanti; hanno caratteri troppo distanti tra loro
3 fig. Che mostra distacco; indifferente, riservato, freddo: un uomo distante; maniere distanti; tono distante
avv.
Lontano: vivono distante dalla città.
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