Evadere

Il significato proprio e genuino del verbo evadere è fuggire, scappare, scampare e simili: Giulio è evaso dal carcere in cui era rinchiuso (etimo.it).

Buona parte dei vocabolari lo attestano anche con il significato di concludere, sbrigare, non pagare le tasse: evadere una pratica; evadere il fisco.

Chi ama la buona lingua usi il verbo solo nella sua accezione primaria. Negli altri casi ci sono verbi più appropriati che fanno alla bisogna: espletare una pratica; eludere il fisco.

23-04-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Chi guadagna... pascola

Viaggiamo, attraverso la foresta del vocabolario italiano, alla ricerca di parole di uso comune il cui significato scoperto è noto a tutti mentre quello coperto solo agli addetti ai lavori, facendo tappa alla voce guadagnare.
Chi non conosce, infatti, l’accezione di questo verbo? Se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario e leggere: «Trarre profitto, utile, da un lavoro, a riconoscimento dei propri meriti e fatiche». Questo, appunto, il significato che abbiamo definito scoperto. E quello coperto, cioè nascosto dentro la parola?
Per… scoprirlo è necessario studiare l’origine del verbo – che non è schiettamente italiana – la quale ci porta al franco-gotico waidanjan (pascolare), derivato di waida, pascolo, appunto. Per i nostri antenati, infatti, la maggior fonte di ricchezza, di… guadagno, era data dall’allevamento di bestiame.
Con il trascorrere del tempo il verbo ha perso il significato originario (coperto) di pascolare per assumere quello scoperto di trarre lucro. Ma non finisce qui. Vi sono altre parole di uso comune – provenienti, però, dal latino – che ci riportano ai… pascoli: peculio, pecunia e peculato. Tutte e tre provengono, infatti, dal latino pecus (armamento, gregge). Vediamo, ora, i significati scoperti dei tre termini.
Peculio: somma di denaro accumulata con la costanza di piccoli risparmi. In origine il peculio era la quantità di beni posseduti, soprattutto di bestiame (pecus, pecora); pecunia: denaro. Originariamente ricchezza consistente in bestiame (pecus, pecora, gregge); peculato: appropriazione indebita di denaro o beni pubblici da parte di un funzionario pubblico. E sempre in tema di guadagno, di… pascolo, finiamo con il capitale che un tempo indicava esclusivamente il numero dei capi di bestiame bovino posseduti.
Dal guadagno andiamo al rivale, altra parola di uso comune con un significato nascosto. Ma diamo la parola a Enzo La Stella, molto più autorevole dell’estensore di queste modeste noterelle sulla lingua italiana.

«Si può essere rivali nello sport, negli affari, in amore e in mille altri campi, tanto più che il desiderio di primeggiare è innato in ogni uomo. Ma cos’è questo ‘rivo’ o fiume che intuiamo dietro rivale e rivalità? Ci troviamo di fronte a una metafora (uso figurato) di un termine proprio del mondo agricolo: in latino ‘rivales’ erano, in origine, i contadini i cui poderi erano divisi da un rigagnolo che, specie nei momenti di siccità, poteva dare origine a discussioni sui quantitativi d’acqua che ciascuno aveva diritto di attingere o deviare per i suoi bisogni di irrigazione. Spesso ne seguivano zuffe, tanto che, a poco a poco, rivale aggiunse al suo significato originale e specifico, quello più generico di concorrente e avversario. Fra le parole di uso corrente che derivano dalla vita dei campi ricorderemo ‘vite’, nel senso di organo meccanico, ‘appioppare’, ‘fisco’ e ‘pagina’ (il senso originale era di foglia), vocaboli e locuzioni che, da un ambito specifico e spesso tecnico, si sono estesi a campi espressivi più vasti».

22-04-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Essere in bolletta

Per trovare la spiegazione di questo modo di dire che – come tutti sappiamo – significa versare in precarie condizioni economiche, non avere una lira, anzi un euro, occorre prendere il discorso alla lontana e soffermarci sull’ebollizione dell’acqua. Dell’acqua? Ma cosa c’entra l’acqua con i soldi? Lo vedremo subito.
La bolletta, in senso lato, è il diminutivo di bolla: quel rigonfiamento che fa l’acqua quando… bolle. Si chiamò, quindi, bolla (latino bulla) qualsiasi cosa tondeggiante e rigonfia.
Per la medesima ragione si chiamò bolla il sigillo di ceralacca, in modo particolare quello che i re e i papi applicavano sui loro atti ufficiali: si ebbero, così, le bolle imperiali, le bolle regie e quelle papali.
In seguito si chiamò bolletta (piccola bolla) qualunque documento emanato dagli uffici pubblici: bolletta del telefono, bolletta del gas, bolletta della luce e via dicendo.
E siamo così, giunti, all’origine dell’espressione essere in bolletta. Poiché anticamente c’era l’usanza di esporre in pubblico la lista dei nomi (bolletta, documento emanato da una pubblica autorità) di coloro che erano falliti, in teoria, quindi, privi di denaro, è nata la locuzione essere in bolletta, essere cioè sulla lista di coloro che per svariati motivi versano in condizioni economiche disagiate.

21-04-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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