Questo o questi, fa differenza?

Abbiamo notato, con sommo rammarico, che va sempre di più prendendo piede l’usanza (deleteria) di adoperare i pronomi singolari maschili “questi” e “quegli” non – come prescrive la norma grammaticale – in posizione nominativa, vale a dire come soggetti, sibbene come complementi.
È un errore madornale che in buona lingua italiana non è ammissibile. Riteniamo superfluo aggiungere che la causa di questo scempio linguistico vada ricercata nel mondo della carta stampata e no, e in certi ambienti pseudoculturali dove alcuni così detti scrittori si vantano di fare la lingua. No, amici, costoro non fanno la lingua, la uccidono; sono dei linguicidi legalmente riconosciuti.
Questi e quegli – sarà bene ricordarlo – sono una variante dei pronomi singolari dimostrativi questo e quello e usati, per lo più, in campo letterario: questi gli disse; quegli lo rimproverò. Mentre, però, questo e quello possono avere sia la funzione di soggetto sia quella dei vari complementi, questi e quegli possono essere adoperati solo ed esclusivamente (si perdoni la tautologia) in posizione di soggetto: questi è partito ieri per le vacanze; quegli è andato al cinema.
Errano, per tanto, quegli scrittori che per snobismo o per saccenteria (?) scrivono frasi tipo: a questi piaceva passeggiare per i prati; a quegli era stato ritirato il passaporto. Come si può notare dagli esempi questi e quegli non sono soggetti ma complementi, il loro uso, quindi, è errato.
Lo stesso Manzoni usa questi e quegli solo in posizione di soggetto: «Questi parea che contra me venesse.» Perché contraddirlo?

24-03-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Corbellerie...

Dunque, cos’è una corbelleria? Tutti lo sappiamo: una sciocchezza, una stupidaggine, uno sproposito, un atto o parole da sciocco e via dicendo. Come la corbelleria riportata da alcune grammatiche – e fatta propria da certi insegnanti – sul corretto uso della congiunzione dunque.
Costoro sostengono – a spada tratta – il concetto secondo il quale dunque essendo una congiunzione deve congiungere, appunto, due frasi ed è adoperata correttamente solo se serve per concludere o trarre una conseguenza: gliel’ho promesso, dunque non posso esimermi. Corbellerie, corbellerie.
Dunque, pur essendo una congiunzione, si può benissimo adoperare – ed è un uso corretto – all’inizio di una frase o di un periodo quando si vuole riprendere un discorso interrotto, anche se è trascorso molto tempo dalla… interruzione. E nel nostro caso, gentili amici, il dunque con il quale si iniziano le nostre noterelle è la conseguenza del titolo.
Amici lettori, vi invitiamo a consultare – in caso di dubbi – grammatiche non redatte da illustri sconosciuti che farebbero di tutto per poter pubblicizzare le loro opere comodamente assisi sul salotto più popolare d’Italia, tra una pasta dentifricia e un detersivo che più bianco non si può. Mai la Cultura, quella con la C maiuscola, è scesa così in basso! Ma tant’è.
E torniamo alla corbelleria i cui natali non sono certamente nobili. Il termine, infatti, è il derivato di corbello, cioè di cestino, il quale attraverso un processo semantico (e potremmo dire anche per somiglianza) ha acquisito l’accezione eufemistica di coglione e gli organi genitali, chissà perché, nell’opinione popolare sono sinonimo di stupido, di sciocco.
Possiamo benissimo rivolgerci a una persona sciocca, quindi, apostrofandola con un sei un bel corbello, cioè uno stupido. E in questa accezione abbiamo anche il femminile corbella: Giovanna, sei proprio una corbella! Corbelleria, dunque, nel significato di cosa fatta per leggerezza, senza pensare alle conseguenze è un termine adoperato anche dal principe degli scrittori, il Manzoni, il quale scrive: «Alle volte una corbelleria basta a decidere dello stato d’un uomo per tutta la vita».
Ma non basta. Il corbello, nel significato di sciocco ha partorito il verbo – poco conosciuto e di uso popolare – corbellare, vale a dire beffare, canzonare, prendere in giro, ingannare. In questa accezione abbiamo due bellissimi esempi, rispettivamente del Giusti e del Nievo: «seguitando a corbellar la fiera, verrà la morte, e finiremo il chiasso»; «balzava a sedere sul letto dandomi dei grandi scappellotti e godendo di avermi corbellato col far le viste di dormire».
Sempre in tema di corbellerie linguistiche, vorremmo che le grammatiche finissero di riportarne una dura a morire. Ci riferiamo al famoso pronome che perde l’accento quando è seguito da stesso e medesimo. È una corbelleria, appunto. Il pronome si accenta sempre. Non lo diciamo noi, umili linguai. Lo hanno stabilito fior di linguisti, tra i quali Amerindo Camilli, certamente molto più autorevole di alcuni illustri sconosciuti, autori di grammatiche varie. Diamo, quindi, la parola all’insigne linguista. «Stabilito che il pronome si distingue dal se congiunzione per mezzo dell’accento, è assurdo andar poi a ricercare quando sia più e quando meno riconoscibile per dare la stura alle sottoregole e alle sottoeccezioni. E l’avere stranamente scelto proprio quelle due combinazioni (se stesso, se medesimo, ndr) e l’aver lasciato con l’accento, per esempio, il finale di frase, assolutamente inconfondibile con la congiunzione, o locuzioni come per sé stante, di sé solo, a sé pure, che si trovano nelle stesse condizioni di sé stesso e di sé medesimo, testimonia solo la mania delle distinzioni e suddistinzioni a vanvera di cui soffrono qualche volta i grammatici».
Sé stesso con tanto di accento, dunque. E basta!

23-03-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Chi ha fatto trenta può fare trentuno

Il modo di dire – chi non lo sa? – sta a significare che una volta intrapreso un lavoro conviene portarlo a termine e che si può andare anche oltre. Giuseppe Giusti, nella sua Raccolta di proverbi toscani, dà questa spiegazione: «Chi ha fatto il più può fare anche il meno».

Ma come è nata la locuzione? Il modo di dire si fa risalire a un aneddoto di papa Leone X.

Questi, nel 1517, aveva indetto un concistoro per la nomina di trenta cardinali; si accorse, però, che aveva dimenticato di inserire nella lista dei trenta un prelato di grande merito e prestigio.

All’ultimo momento lo fece aggiungere all’elenco dicendo: «Abbiamo fatto trenta, possiamo anche far trentuno».

22-03-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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