Corbellerie...
Dunque, cos’è una corbelleria? Tutti lo sappiamo: una sciocchezza, una stupidaggine, uno sproposito, un atto o parole da sciocco e via dicendo. Come la corbelleria riportata da alcune grammatiche – e fatta propria da certi insegnanti – sul corretto uso della congiunzione dunque.
Costoro sostengono – a spada tratta – il concetto secondo il quale dunque essendo una congiunzione deve congiungere, appunto, due frasi ed è adoperata correttamente solo se serve per concludere o trarre una conseguenza: gliel’ho promesso, dunque non posso esimermi. Corbellerie, corbellerie.
Dunque, pur essendo una congiunzione, si può benissimo adoperare – ed è un uso corretto – all’inizio di una frase o di un periodo quando si vuole riprendere un discorso interrotto, anche se è trascorso molto tempo dalla… interruzione. E nel nostro caso, gentili amici, il dunque con il quale si iniziano le nostre noterelle è la conseguenza del titolo.
Amici lettori, vi invitiamo a consultare – in caso di dubbi – grammatiche non redatte da illustri sconosciuti che farebbero di tutto per poter pubblicizzare le loro opere comodamente assisi sul salotto più popolare d’Italia, tra una pasta dentifricia e un detersivo che più bianco non si può. Mai la Cultura, quella con la C maiuscola, è scesa così in basso! Ma tant’è.
E torniamo alla corbelleria i cui natali non sono certamente nobili. Il termine, infatti, è il derivato di corbello, cioè di cestino, il quale attraverso un processo semantico (e potremmo dire anche per somiglianza) ha acquisito l’accezione eufemistica di coglione e gli organi genitali, chissà perché, nell’opinione popolare sono sinonimo di stupido, di sciocco.
Possiamo benissimo rivolgerci a una persona sciocca, quindi, apostrofandola con un sei un bel corbello, cioè uno stupido. E in questa accezione abbiamo anche il femminile corbella: Giovanna, sei proprio una corbella! Corbelleria, dunque, nel significato di cosa fatta per leggerezza, senza pensare alle conseguenze è un termine adoperato anche dal principe degli scrittori, il Manzoni, il quale scrive: «Alle volte una corbelleria basta a decidere dello stato d’un uomo per tutta la vita».
Ma non basta. Il corbello, nel significato di sciocco ha partorito il verbo – poco conosciuto e di uso popolare – corbellare, vale a dire beffare, canzonare, prendere in giro, ingannare. In questa accezione abbiamo due bellissimi esempi, rispettivamente del Giusti e del Nievo: «seguitando a corbellar la fiera, verrà la morte, e finiremo il chiasso»; «balzava a sedere sul letto dandomi dei grandi scappellotti e godendo di avermi corbellato col far le viste di dormire».
Sempre in tema di corbellerie linguistiche, vorremmo che le grammatiche finissero di riportarne una dura a morire. Ci riferiamo al famoso sé pronome che perde l’accento quando è seguito da stesso e medesimo. È una corbelleria, appunto. Il pronome sé si accenta sempre. Non lo diciamo noi, umili linguai. Lo hanno stabilito fior di linguisti, tra i quali Amerindo Camilli, certamente molto più autorevole di alcuni illustri sconosciuti, autori di grammatiche varie. Diamo, quindi, la parola all’insigne linguista. «Stabilito che il pronome sé si distingue dal se congiunzione per mezzo dell’accento, è assurdo andar poi a ricercare quando sia più e quando meno riconoscibile per dare la stura alle sottoregole e alle sottoeccezioni. E l’avere stranamente scelto proprio quelle due combinazioni (se stesso, se medesimo, ndr) e l’aver lasciato con l’accento, per esempio, il sé finale di frase, assolutamente inconfondibile con la congiunzione, o locuzioni come per sé stante, di sé solo, a sé pure, che si trovano nelle stesse condizioni di sé stesso e di sé medesimo, testimonia solo la mania delle distinzioni e suddistinzioni a vanvera di cui soffrono qualche volta i grammatici».
Sé stesso con tanto di accento, dunque. E basta!
Chi ha fatto trenta può fare trentuno
Il modo di dire – chi non lo sa? – sta a significare che una volta intrapreso un lavoro conviene portarlo a termine e che si può andare anche oltre. Giuseppe Giusti, nella sua Raccolta di proverbi toscani, dà questa spiegazione: «Chi ha fatto il più può fare anche il meno».
Ma come è nata la locuzione? Il modo di dire si fa risalire a un aneddoto di papa Leone X.
Questi, nel 1517, aveva indetto un concistoro per la nomina di trenta cardinali; si accorse, però, che aveva dimenticato di inserire nella lista dei trenta un prelato di grande merito e prestigio.
All’ultimo momento lo fece aggiungere all’elenco dicendo: «Abbiamo fatto trenta, possiamo anche far trentuno».
L'imbecille...
«Ciao, imbecille – lo apostrofò con entusiasmo Paolo – vedo finalmente che sei completamente guarito». Giovanni – suscitando la meraviglia dei presenti – anziché risentirsi gli corse incontro e lo abbracciò calorosamente. I due erano amici per la pelle da vecchia data; potevano permettersi reciprocamente di prendersi a male parole, anche se, per la verità, l’intenzione di Paolo non era questa.
Voleva semplicemente sfoggiare la sua passione per l’etimologia: Giovanni era stato vittima di un incidente stradale in seguito al quale era stato costretto a portare il bastone per un lungo periodo. Ora, perfettamente guarito, era un autentico imbecille.
Sì, dal punto di vista etimologico l’imbecille è colui che è senza bastone (dal latino in-bacillum). Giovanni, quindi, non più claudicante era la perfetta immagine dell’imbecille. La questione, però, è controversa; non tutti gli autori concordano su questa spiegazione, la riportiamo perché ci sembra interessante e più veritiera. Ma andiamo con ordine.
I Greci da βακ– (bàk), una radice comune a moltissime parole, coniarono il termine βάκτρον (bàktron, bastone) e il suo diminutivo βακτήριον (bàkterion, bastoncino). Il nostro batterio, quel microrganismo che insidia la nostra salute non è, infatti, un bastoncino?
I nostri antenati romani, a loro volta, dal greco βακ– (bàk) costruirono baculum con il medesimo significato del greco βακτήριον (bàkterion), e il suo diminutivo bacillum. Il nostro bacillo non vi dice nulla?
Giunti a questo punto, cosa ti inventarono i discendenti di Romolo per dare il concetto di una persona debole, fiacca? Ricorsero all’immagine di una persona priva di sostegno, di appoggio, cioè senza bastone. Al termine bacillum applicarono il prefisso negativo in (senza) e nacque, così, in-bacillum (senza bastone) che attraverso varie leggi grammaticali si tramutò in imbecillum. In senso traslato, quindi, l’imbecille è una persona fiacca di mente, un insulso, un idiota, insomma un buono a nulla.
Si presti attenzione, però, a proposito dell’in di imbecille, non sempre è un prefisso negativo come nel caso di imbecille, appunto; può anche avere un valore rafforzativo o intensivo: immettere; infiammare; imbattere, ecc. Occorre anche ricordare che il prefisso in segue rigorosamente la legge linguistica dell’assimilazione davanti alle consonanti l, m ed r.
Tornando all’imbecille, cioè alla persona debole di mente, sciocca, ci piace riportare un pensiero di Léon Bloy, tratto dal «Mendicante ingrato»: non esiste il caso, perché il caso è la Provvidenza degli imbecilli, e la Giustizia vuole che gli imbecilli non abbiano Provvidenza.
Si veda etimo.it.
- Dizionario italiano
- Grammatica italiana
- Verbi Italiani
- Dizionario latino
- Dizionario greco antico
- Dizionario francese
- Dizionario inglese
- Dizionario tedesco
- Dizionario spagnolo
- Dizionario greco moderno
- Dizionario piemontese