Uso corretto dell'avverbio meno
Coloro che amano la buona lingua italiana seguano i consigli del linguista Aldo Gabrielli circa l’uso corretto dell’avverbio meno. Scrive l’insigne glottologo: Usi poco schietti di meno sono:
1) a meno che invece di salvo che, eccetto che, fuorché, purché non, sempre che non (Verremo a trovarti, a meno che non piova; si dirà sempre che non piova);
2) meno invece di eccetto, tranne, escluso, fuorché (Tutti, meno loro, si alzarono; correttamente: tutti, tranne loro, si alzarono);
3) senza meno invece di senza dubbio, certamente, sicuramente e simili (Scriverò senza meno; si dirà scriverò sicuramente);
4) quanto meno invece di per lo meno, almeno (Andrò a trovarlo, o quanto meno gli scriverò; diremo andrò a trovarlo, o almeno gli scriverò).
Alcuni vocabolari, però, ammettono la polirematica a meno che. Personalmente seguiamo le direttive contenute nel «Dizionario Linguistico Moderno» del grande linguista scomparso, anche se nel vocabolario 2008 del Gabrielli alcune voci sono state aggiornate perché, come usa dire, la lingua si evolve.
La prerogativa
Tutti conosciamo il termine prerogativa e lo adoperiamo comunemente con il significato di privilegio, concessione e simili: sciogliere il Parlamento è una prerogativa del presidente della Repubblica. Vogliamo vedere come è nato il vocabolo?
Proviene da due parole latine: prae (prima) e rogativa, a sua volta dal verbo rogare (interrogare, chiamare). Nella Roma dei nostri antenati latini si estraeva a sorte il nome della tribù chiamata (rogata) a esprimere il consenso, il voto, prima (prae) delle altre nei comizi elettorali.
Da questo participio (rogata) si formò il sostantivo praerogativa. Attraverso i secoli il senso primitivo del vocabolo si è via via ampliato fino a significare, per noi, privilegio.
Dal privato all'idiota...
Scrive Paul Laffite: «Un idiota povero è un idiota, un idiota ricco è un ricco». Voi quanti ricchi conoscete? Bando agli scherzi; oggi questo termine, vale a dire idiota, ha assunto – come tutti sappiamo – l’accezione dispregiativa; in origine non era affatto così.
L’idiota, stando all’etimologia, è colui che conduce una vita privata, fuori della società e dei pubblici impieghi perché deriva dal... latino idiota, tratto dal greco ιδιώτης (idiòtes), che significa, propriamente, particolare, privato; colui, quindi, che mena una vita privata, particolare, appunto. Un privato cittadino, per tanto, stando alla lingua, è un perfetto idiota, al contrario di alcuni politici che non possono assolutamente essere considerati... idioti, anche se...
Con il trascorrere del tempo il significato originario del termine, cioè di colui che vive in disparte, da privato, si è tramutato in uomo rozzo, ignorante, demente perché l’idiota vivendo, appunto, da privato, non ha possibilità di affinare le sue capacità cerebrali. Da idiota, cioè da stupido, sono stati coniati i termini medici idiozia e idiotismo, vale a dire «gravissimo arresto delle facoltà intellettive che si manifesta in modo totale o parziale».
Da non confondere, a questo proposito, l’idiotismo medico-scientifico con quello linguistico, anche se l’origine dei due termini, come si può intuire, è la medesima. L’idiotismo linguistico, per usare le parole dell’illustre linguista Aldo Gabrielli, «è il sale e il pepe di una lingua».
Deriva dalla voce greca ιδιωτισμός (idiotismòs), tratta dall’aggettivo ίδιος (ìdios, mio, particolare, proprio) ed è, quindi, quella parola o quel modo di dire che si discosta dalle leggi della grammatica ed è propria (idios) di una lingua o di un dialetto, di una regione o di una provincia. È, insomma, una parola che spurgata della sua volgarità (idiotismòs significa anche parlo volgare) entra a pieno titolo nel patrimonio linguistico nazionale, e noi tutti la adoperiamo quotidianamente senza pensare minimamente alla sua volgarità originaria.
La nostra bella lingua è ricchissima di idiotismi; il taccheggio, per esempio, termine tanto di moda oggi, è uno di questi. I vocabolari lo definiscono «furto commesso da chi, in un negozio, sottrae clandestinamente ciò che gli capita a portata di mano». Alcuni lo fanno derivare dall’accezione gergale di tacca (truffa): i negozianti di un tempo erano soliti segnare i debiti dei clienti (che molto spesso non pagavano) con tacche su un’apposita tessera. Da tacca è stato coniato il verbo taccheggiare, cioè... rubare.
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