La prerogativa
Tutti conosciamo il termine prerogativa e lo adoperiamo comunemente con il significato di privilegio, concessione e simili: sciogliere il Parlamento è una prerogativa del presidente della Repubblica. Vogliamo vedere come è nato il vocabolo?
Proviene da due parole latine: prae (prima) e rogativa, a sua volta dal verbo rogare (interrogare, chiamare). Nella Roma dei nostri antenati latini si estraeva a sorte il nome della tribù chiamata (rogata) a esprimere il consenso, il voto, prima (prae) delle altre nei comizi elettorali.
Da questo participio (rogata) si formò il sostantivo praerogativa. Attraverso i secoli il senso primitivo del vocabolo si è via via ampliato fino a significare, per noi, privilegio.
Dal privato all'idiota...
Scrive Paul Laffite: «Un idiota povero è un idiota, un idiota ricco è un ricco». Voi quanti ricchi conoscete? Bando agli scherzi; oggi questo termine, vale a dire idiota, ha assunto – come tutti sappiamo – l’accezione dispregiativa; in origine non era affatto così.
L’idiota, stando all’etimologia, è colui che conduce una vita privata, fuori della società e dei pubblici impieghi perché deriva dal... latino idiota, tratto dal greco ιδιώτης (idiòtes), che significa, propriamente, particolare, privato; colui, quindi, che mena una vita privata, particolare, appunto. Un privato cittadino, per tanto, stando alla lingua, è un perfetto idiota, al contrario di alcuni politici che non possono assolutamente essere considerati... idioti, anche se...
Con il trascorrere del tempo il significato originario del termine, cioè di colui che vive in disparte, da privato, si è tramutato in uomo rozzo, ignorante, demente perché l’idiota vivendo, appunto, da privato, non ha possibilità di affinare le sue capacità cerebrali. Da idiota, cioè da stupido, sono stati coniati i termini medici idiozia e idiotismo, vale a dire «gravissimo arresto delle facoltà intellettive che si manifesta in modo totale o parziale».
Da non confondere, a questo proposito, l’idiotismo medico-scientifico con quello linguistico, anche se l’origine dei due termini, come si può intuire, è la medesima. L’idiotismo linguistico, per usare le parole dell’illustre linguista Aldo Gabrielli, «è il sale e il pepe di una lingua».
Deriva dalla voce greca ιδιωτισμός (idiotismòs), tratta dall’aggettivo ίδιος (ìdios, mio, particolare, proprio) ed è, quindi, quella parola o quel modo di dire che si discosta dalle leggi della grammatica ed è propria (idios) di una lingua o di un dialetto, di una regione o di una provincia. È, insomma, una parola che spurgata della sua volgarità (idiotismòs significa anche parlo volgare) entra a pieno titolo nel patrimonio linguistico nazionale, e noi tutti la adoperiamo quotidianamente senza pensare minimamente alla sua volgarità originaria.
La nostra bella lingua è ricchissima di idiotismi; il taccheggio, per esempio, termine tanto di moda oggi, è uno di questi. I vocabolari lo definiscono «furto commesso da chi, in un negozio, sottrae clandestinamente ciò che gli capita a portata di mano». Alcuni lo fanno derivare dall’accezione gergale di tacca (truffa): i negozianti di un tempo erano soliti segnare i debiti dei clienti (che molto spesso non pagavano) con tacche su un’apposita tessera. Da tacca è stato coniato il verbo taccheggiare, cioè... rubare.
Errori e orrori
Giornalismo errori e orrori
di Carlo Picozza e Fausto Raso
Gangemi editore
126 pagine, 12€
II edizione ampliata, riveduta e corretta
Spesso, nello scrivere, ci assalgono dubbi: chirurghi o chirurgi? Essiccare o essicare? Perché testardaggine vuole la doppia g e immagine no? Ancora: diagnosi e prognosi hanno lo stesso significato? Multa e contravvenzione sono sinonimi? Notte di favola o da favola?
Frasi e parole simili le incontriamo spessissimo sui giornali e le ascoltiamo nei notiziari radiotelevisivi e non sempre, ahimè, sono corrette. Incertezze ortografiche, morfologiche e sintattiche possono, all’improvviso, tornare a galla anche in chi, per mestiere, combatte con la lingua quotidianamente.
Oggi il giornalista, anche se fa parte di un’ottima redazione ed è assistito da programmi di correzione automatica può trovarsi a navigare in solitaria o perché lontano dal giornale o perché unico redattore di turno nella chiusura delle pagine o anche perché nella stesura di un pezzo per il giornale o di un servizio per la tv o la radio, si misura prevalentemente con sé stesso come fa rilevare, giustamente, Lorenzo Del Boca, nella presentazione del manuale Giornalismo. Errori e orrori ed ecco allora che viene in aiuto un piccolo-grande libro di Carlo Picozza e Fausto Raso, frutto di annotazioni ed esperienza di tanti anni di lavoro.
Il prezioso volumetto aiuta a uscire da una momentanea incertezza e a colmare qualche lacuna . Questo lavoro, fanno notare gli autori, «è nato quasi per divertimento. E di notte. Quando, di turno, per la ‘chiusura’ del giornale, le pagine si leggono e rileggono per correggerne sviste ed errori. Poi la prospettiva si è allargata alla annotazione di strafalcioni e appesantimenti linguistici scovati su altri quotidiani, su periodici; colti alla radio o alla tv.»
Questo manuale, organizzato rigorosamente in ordine alfabetico per una più facile consultazione, viene proposto dall’Ordine nazionale dei giornalisti come aiuto didattico alle centinaia di candidati che ogni anno affrontano l’esame di abilitazione alla professione. Ma è un valido strumento di lavoro anche per chi fa il mestiere di comunicatore, di editing, di web-writing, ed anche per chi fa il mestiere di studente .
Sì, scrivere bene vuol dire farsi capire bene , anche quando si usa un semplice SMS, anzi lo è addirittura di più. Poche parole a disposizione senza alcuna altra espressività, sappiamo bene tutti che l’ironia sfugge completamente a questo nuovo strumento di comunicazione e allora diviene sacrosanto utilizzare precisamente i termini.
Sintassi, semantica e pragmatica usate opportunamente concorrono a quello che Sapir Whorf ci insegna e cioè che la lingua determina la rappresentazione della realtà. Che grande responsabilità è dunque lo scrivere!
Il manuale, insomma, utile a tutti e a volte anche divertente, è un prontuario delle cose da non dire e da non scrivere per non essere piantati in Nasso dall’italiano, per usare una metafora della mitologia greca: Nasso è l’ isola dove Teseo abbandonò Arianna e per deformazione popolare Nasso è diventata asso.
Il libro composto di 126 pagine è valorizzato dalle illustrazioni di Massimo Bucchi e dalla prefazione di Curzio Maltese.
- Dizionario italiano
- Grammatica italiana
- Verbi Italiani
- Dizionario latino
- Dizionario greco antico
- Dizionario francese
- Dizionario inglese
- Dizionario tedesco
- Dizionario spagnolo
- Dizionario greco moderno
- Dizionario piemontese