Ti compra chi non ti conosce...
L'origine di questo modo di dire — dal significato intuitivo: ti dà fiducia solo colui che non ti conosce — si rifà ad una storiella popolare di autore ignoto. Si racconta, dunque, di un certo villano, Cuccumella, ingenuo e credulone, il quale un giorno mentre attraversava un bosco in compagnia del suo asino ebbe la sventura di imbattersi in due ladroni.
Questi sciolsero il somaro, poi, mentre il primo portava via l'animale, l'altro si legò la corda al collo e s'incamminò dietro a Cuccumella. Quando il pover'uomo si voltò, non vedendo più la sua bestia, chiese spiegazioni al furfante legato con la capezza e si sentì rispondere che lui era un ex galeotto appena uscito di galera. Per aver commesso un reato gravissimo era stato condannato ad incarnarsi in un somaro per un anno e un giorno.
«Carissimo Cuccumella», disse il furbo ladrone, «proprio ora finisco di scontare la mia pena, lasciami andare, ti scongiuro». L'ingenuo contadino ebbe pietà e lasciò libero il lestofante. Dopo qualche giorno Cuccumella si recò al mercato del paese per acquistare un altro somaro e fra i moltissimi asini in mostra riconobbe il proprio compagno che gli era stato rubato.
Convinto del fatto che si trattasse della stessa persona caduta ancora una volta nel peccato, si avvicinò all'orecchio del somaro e sussurrò: «Ci sei caduto di nuovo! Hai commesso qualche altro reato. Ti sta bene. La lezione non ti è bastata? Ora stai fresco, perché io non ti compro davvero. Tanto peggio per te! Ti può comprare solo chi non ti conosce!».
Fare le scalee di S. Ambrogio
Chi, anche se involontariamente, non hai mai messo in pratica questo modo di dire desueto ma… attuale: «Fare le scalee di S. Ambrogio», vale a dire parlare male degli assenti?
Benedetto Varchi così spiega l’origine dell’espressione. «Ragunavansi, non sono mille anni passati, la sera di state per pigliare il fresco, una compagnia di giovani, non a’ marmi in su le scalee di Santa Maria del Fiore, ma in su quelle della chiesa di Santo Ambrogio, non lunge alla porta della Croce, e quivi passando il tempo e il caldo, facevano lor cicalecci; ma quando alcuno di loro si partiva, cominciavano a leggere in sul suo libro, e rinvenire se mai avea detto, o fatto cosa alcuna biasimevole, e che non ne vendesse ogni bottega, e in somma a fare una ricerca sopra la sua vita; onde ciascuno, perché non avessero a caratarlo voleva esser l’ultimo a partirsi: e di qui nacque che quando uno si parte da alcuna compagnia, e non vorrebbe restar loro in bocca e fra’ denti, usa dire: “Non fare le scalee di Santo Ambrogio”».
Di significato affine l’espressione Aver mangiato noci. Ecco, dunque, un altro modo di dire della nostra lingua poco conosciuto ma molto adoperato da tutti coloro che nel corso della loro vita – loro malgrado – hanno avuto a che fare con i mangiatori di noci che, in senso figurato, si dice di persone che sono sempre mal disposte e di animo cattivo nei confronti di tutti quelli che, al contrario, cercano di assecondarle in tutto e per tutto. Mangia noci, insomma, colui che parla sempre male di tutti. La locuzione è chiaramente una metafora, vale a dire un modo figurato: le noci – è noto a tutti – fanno l’alito cattivo e di conseguenza anche le… parole che escono dalla bocca di coloro che le hanno mangiate. Il modo di dire, quindi, fuor di metafora o di sarcasmo, significa possedere un animo cattivo e sparlare di qualcuno. Un bellissimo esempio di quest’espressione – ripetiamo, poco conosciuta – si può leggere nel Cecchi: «Be’ Crezia / Tu ti sei risentita in mala tempra; / Oh sì, iersera tu mangiasti noci / Che t’ànno fatto sì cattiva lingua».
La preposizione "da" e il suo corretto uso
Alcuni così detti scrittori di vaglia – non sappiamo se per puro “snobismo linguistico” o per scarsa conoscenza delle norme che regolano la nostra madre lingua – adoperano la preposizione ‘da’ in modo improprio, per non dire errato, confondendo le idee linguistiche ai giovani studenti che, attratti dal “nome” dello scrittore, prendono per oro colato tutto ciò che la grande stampa “propina” loro. Sarà bene vedere, quindi, sia pure per sommi capi, l’uso corretto della predetta preposizione affinché gli studenti non incorrano nelle ire dei loro insegnanti, se questi ultimi sono degni di tale nome (la nostra esperienza, purtroppo, ci rende scettici in proposito: alcuni docenti sostengono la tesi secondo cui l’aggettivo relativo “quale”, seguito dal verbo essere, si tronca solo se dopo il predetto verbo c’è un sostantivo maschile; prende il segno dell’apostrofo, invece, se l’ausiliare essere è seguito da un sostantivo di genere femminile. Secondo costoro, dunque, si scriverà: qual è il tuo libro?; qual’ è la tua penna? A scanso di equivoci: quale si tronca sempre).
La preposizione “da”, dunque, è usata correttamente quando indica l’attitudine, l’idoneità, la destinazione: pianta ‘da’ frutto; camicia ‘da’ uomo; sala da tè; veste ‘da’ camera e simili. Alcuni scrittori, dicevamo, la adoperano in modo improprio, in luogo della preposizione “di”, quando si parla di una qualità specifica di una cosa e non di una destinazione, sia pure occasionale. In questi casi si deve usare esclusivamente la preposizione “di”, l’unica autorizzata “per legge grammaticale”. Si dirà, per tanto, festa ‘di’ ballo (non da ballo); biglietto ‘di’ visita (non da visita, anche se ormai l’uso errato prevale su quello corretto); uomo ‘di’ spettacolo; Messa ‘di’ Requiem. Durante le celebrazioni per il centenario della morte di Giuseppe Verdi, nel 2001, un grande giornale d’informazione titolò: “Grande successo per la ‘Messa da Requiem’”. Il giornale e il suo redattore titolista non presero a calci solo la lingua italiana, offesero soprattutto la memoria del grande musicista che ha composto, per l’appunto, la “Messa di Requiem”. Ancora. Leggiamo sempre, su tutti i giornali, frasi del tipo: “Il giocatore Sempronio ha ripreso il suo posto da titolare”. Nelle espressioni citate quel “da” è uno “snobismo linguistico” o un … “ignorantismo”? Decidete voi, gentili amici. Ma andiamo avanti. La preposizione “da” non può usurpare le funzioni della consorella “per” quando nella frase c’è un verbo di modo infinito atto a indicare l’uso, la destinazione della cosa di cui la stessa cosa è agente. Diremo, quindi, macchina “per” scrivere, non “da” scrivere (altrimenti sembra che la macchina debba “essere scritta”); matita “per” disegnare, non “da” disegnare e simili. La preposizione “da”, insomma, posta davanti a un verbo di modo infinito rende quest’ultimo di forma passiva .È adoperata correttamente, quindi, se seguita da un infinito nelle espressioni tipo “casa ‘da’ vendere” (che deve essere venduta); “grano ‘da’ macinare” (che deve essere macinato) e via discorrendo. Un’ultima annotazione: la preposizione ‘da’ non si apostrofa mai (per non confondersi con la sorella ‘di’) tranne in alcune locuzioni avverbiali: d’altronde; d’altro canto e simili.
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