Rimediare...
Ancora un verbo usato, molto spesso, in modo improprio. Si tratta del verbo denominale “rimediare” che alla lettera significa “porre rimedio”, “accomodare una situazione” e anche “ovviare”, “provvedere”, “aggiustare”. Può essere tanto transitivo quanto intransitivo: Giovanni ha cercato di rimediare al misfatto che ha combinato; bisogna rimediare alla mancanza di mezzi; Pietro ha rimediato l’errore commesso dal figlio. Spesso, dicevamo, si adopera impropriamente con i significati di: trovare, raggranellare, raccattare, ottenere, raccogliere e simili: Giulio ha rimediato (ottenuto) un quattro in matematica; Giuseppe ha rimediato un biglietto per lo stadio. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere adoperi, dunque, il verbo rimediare nel significato proprio; negli altri casi usi i verbi sopra citati a seconda dei… casi.
Etimo.it - rimediare
Il poltrone e il bastardo
Colui che agli impegni e alla responsabilità del lavoro preferisce l’ozio viene definito, comunemente, “poltrone”. Questo termine – è interessante ‘scoprirlo’ – proviene, attraverso un viaggio etimologico affatto originale, da un vocabolo non piú in uso: poltro. Questo, a sua volta, dal latino “pullus” (‘piccolo’, riferito a tutti gli animali, quindi anche al puledro). Il poltro (puledro), dunque, indicava un animale da soma e, per ‘simpatia’, un divano, un letto. Da poltro, con l’accrescitivo femminile, si è formata la voce “poltrona”, con il significato a tutti noto, e da questa “poltrone”, appunto: colui che alla fatica del lavoro preferisce una comoda e rilassante… poltrona.
E a proposito di animali da soma, il termine “bastardo” non vi dice nulla? I vocabolari dicono che con la voce ‘bastardo’ si intende colui che è «nato da genitori non legittimamente coniugati». Perché? Perché originariamente questi figli erano concepiti sul “basto”, vale a dire sulla “rozza sella imbottita per muli e asini”.
Qualche curiosità linguistica
La moglie. Parliamo, cortesi lettori, della donna che può essere – secondo i punti di vista – croce o delizia della nostra esistenza: la moglie. Ne parliamo, ovviamente, sotto il profilo linguistico.
Se apriamo un qualunque vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: «Donna unita in matrimonio, che ha marito. Dal latino ‘mulier’ (donna)». Ed eccoci al punto.
Per i Latini la “mulier” era la donna in genere e sembra provenire dall’aggettivo “mollis”, di significato intuitivo. “Mollis” nel comparativo di maggioranza diviene “mollior”; per tanto, gentili amici, che vogliate ammetterlo o no, avete sposato la “piú delicata” (mollior, ‘moglie’, appunto).
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