Essere in vena di…

Tutti conosciamo questo modo di dire che significa essere nelle condizioni migliori per fare una cosa; essere, quindi, ben disposti.

Sembra che l'espressione risalga al linguaggio dei sanitari di un tempo. Quando questi, visitando il malato, avvertivano che la vena (o meglio, l'arteria) pulsava in modo regolare dicevano che il paziente era in buona vena e ciò era considerato un ottimo segno che faceva sperare bene; era un segnale, insomma, di buona disposizione dell'organismo a riacquistare le perfette condizioni.

Dal linguaggio prettamente medico l'espressione è passata nel linguaggio comune, in senso metaforico, e si adopera per dire di trovarsi nelle migliori condizioni di spirito per affrontare una determinata faccenda.

29-05-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Se lo dite al muro…

Abbiamo avuto occasione di occuparci tempo fa, su questa rubrica e se non cadiamo in errore, dell’uso corretto di alcuni prefissi. È stato, però, come se lo avessimo detto o meglio predicato al muro...
La stampa, alcune volte — per non dire sempre — usa i prefissi in modo errato e questo, a nostro avviso, non giova ai lettori, in particolare ai giovani che frequentano la scuola. I giornali entrano (o dovrebbero entrare) in tutte le case, sono letti da persone di ogni ceto sociale, da persone acculturate e no. Queste ultime, con tutto il rispetto, non sono in grado di capire al volo se la titolazione dei giornali presenta degli errori sintattico-grammaticali. La stampa, a nostro avviso, essendo dispensatrice di cultura ha il dovere di rispettare scrupolosamente tutte le norme che regolano la nostra lingua; non può adoperare i prefissi a suo uso e consumo. Torniamo, dunque, all’uso corretto dei prefissi.
Il termine viene dal latino praefixus (messo prima, messo innanzi), composto con prae (innanzi) e fixus (participio passato del verbo latino figere, fissare, attaccare) e in grammatica è ogni parola, solitamente avverbi o preposizioni, che si mette prima della radice di un’altra parola per modificare il significato della parola stessa. Condirettore, per esempio, è parola formata con la preposizione con e con il sostantivo direttore e sta a indicare una persona che condivide con un’altra la responsabilità di una direzione.
I prefissi si scrivono sempre uniti alla parola da modificare, mai con il trattino come ci capita, sovente, di leggere. Non si scrive, dunque, filo-araboma filoarabo (parola unica) altrimenti dovremmo scrivere, per coerenza, filo-logo in luogo della forma corretta filologo, oppure filosofia invece di filosofia.
Due parole, ancora, sul prefisso con, che perde la n davanti a parole che cominciano con una vocale: coinquilino, coetaneo. Muta la nin m davanti alle consonanti p e b: combelligerante, comproduzione, comprimario. La consonante ndel prefisso con si assimila, invece, davanti alle parole che cominciano con l, m, r: collaboratore, commilitone, corregionale (l’assimilazione è un particolare processo linguistico per cui dall’incontro di due consonanti la prima diventa uguale alla seconda).
Alla luce di quanto sopra esposto, dunque, insistiamo nel dire che la forma corretta, la sola forma corretta è comproduzione, non coproduzione, anche se alcuni vocabolari registrano tale mostruosità linguistica. Avremo, quindi, il comproduttore e il comprotagonista.
Va da sé che se alcune parole con il prefisso con possono ingenerare ambiguità occorre trovare un sinonimo o ricorrere a una perifrasi. La congestione, per esempio, cioè la gestione in comune di una determinata cosa, non ha nulla che vedere con la congestionein medicina.
Mentre il correttore (colui che corregge, anzi correggeva le bozze di stampa, professione oggi scomparsa) non ha nulla in comune con colui che divide con un altro la responsabilità di un rettorato. In questi casi, è ovvio, la regola non può essere rispettata: è errato, però, scrivere co-rettore.

26-05-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Trasamare

Tra le parole della nostra lingua che andrebbero riesumate metteremmo il verbo trasamare, vale a dire amare immensamente, accesamente.

Se non cadiamo in errore questo verbo è registrato solo dallo Zingarelli e dal De Mauro.

È composto con le voci latine transe amare. Si trova, comunque, in molti libri.

25-05-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink