Aspettare e spettare

Si presti attenzione, nello scrivere e nel parlare, a questi due verbi: aspettare e spettare perché molto spesso si confondono l’uno con l’altro in quanto sono parenti.

Il primo, come recitano i vocabolari, significa «essere in attesa dell’arrivo di qualcuno o del verificarsi di qualcosa» : aspetto l’apertura del negozio; il secondo sta, invece, per appartenere di diritto, toccare, competere, riguardare e simili: spetta a te fare gli onori di casa.

Non diremo quindi, soprattutto in alcune regioni, « per quel lavoro ti aspettano 50 euro» ma, correttamente, ti spettano , ti toccano , ti competono 50 euro.

Un’ultima annotazione. Non si adoperino, indifferentemente, i verbi aspettare e attendere. Si aspetta il tram alla fermata; si attendono i risultati degli esami. Nel verbo attendere è insita l’idea dell’ansia, del desiderio, della commozione... Sentimenti che non si provano, certamente, aspettando il... tram.

05-04-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Sala d'aspetto (sala d'attesa)

Ci scrive Rosario C. da Enna: « Gentilissimo Professore, alla luce di quanto ha scritto, ieri, circa la differenza che intercorre tra i verbi “aspettare” e “attendere”, come la mettiamo con “sala d’aspetto” e “sala d’attesa”? Si possono adoperare indifferentemente? G razie »

Cortese Rosario, nell’uso comune le due locuzioni sono intercambiabili, si possono usare, cioè, indifferentemente. Io, però, farei il medesimo distinguo che ho fatto sull’uso di aspettare e attendere.

Adopererei sala d’aspetto nelle stazioni ferroviarie, negli uffici e in posti simili, luoghi in cui i viaggiatori aspettano di partire e i clienti aspettano di essere ricevuti.

Sala d’attesa , negli ospedali, negli studi medici e in tutti quei locali in cui colui che attende è preda dell’ansia, della commozione, del desiderio e di sentimenti simili.

04-04-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Specificazione epesegetica

A proposito del complemento di aggiunzione , di cui abbiamo parlato recentemente, dobbiamo dire che non è il solo snobbato da molti sacri testi grammaticali. Ce n’è un altro snobbato a metà: il complemento di specificazione. E ci spieghiamo.
La maggior parte (tutti?) dei testi grammaticali liquidano l’argomento scrivendo: « Il complemento di specificazione serve a specificare il significato di un nome generico (l’amico ‘di Carlo’) e risponde alla domanda sottintesa ‘di chi?, ‘di che cosa’? », oppure: « È un sostantivo o un nome preceduto dalla preposizione ‘di’, che specifica o chiarisce il nome precedente ».
A nostro modo di vedere l’argomento andrebbe affrontato diversamente chiarendo, inoltre, che il complemento di specificazione non è unico; ci sono almeno tre tipi:
a) il complemento di specificazione propriamente detto (specificazione epesegetica);
b) il complemento di specificazione attributiva;
c) il complemento di specificazione possessiva.
Questi tre tipi vengono, come dicevamo, snobbati dai testi grammaticali. Vediamo di chiarire meglio.
Il tipo a si ha quando il complemento dichiara il senso particolare del sostantivo o nome cui è riferito: il libro di geografia è introvabile; il tipo b quando il sostantivo si può trasformare in un attributo: le acque dei fiumi (fluviali) sono inquinate; il tipo c , infine, si ha quando il complemento indica la persona o la cosa che possiede o a cui appartiene quanto espresso dal termine reggente: il vestito di Marianna è veramente costoso.
Per concludere: il complemento di specificazione è retto da un sostantivo; con un verbo o un aggettivo si hanno, infatti, altri complementi, anch’essi introdotti dalla preposizione di (piangere di gioia, complemento di causa; ombroso di carattere, complemento di limitazione).

03-04-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink