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Luigi Capuana
(✶1839   †1915)

A Catania: l'impegno universitario e la morte

Nel 1902 Capuana fece ritorno a Catania, per insegnare lessicografia e stilistica alla locale università. In questi anni si dedicò alla stesura del romanzo Rassegnazione che uscì sulla rivista "Flegrea" nell'aprile e maggio del 1900 e nel 1907 pubblicato da Treves in volume. Tra le sue ultime opere vi sono i volumi di fiabe e novelle, Coscienze (1905), Nel paese di Zagara (1910), Gli Americani di Rabbato (1912).

Contribuisce al genere fantascientifico con alcuni dei suoi racconti fantastici, tra i quali Nell'isola degli automi (1906), Nel regno delle scimmie, Volando e La città sotterranea del 1908, L'acciaio vivente (1913, ne Il Giornale d'Italia).

Muore il 29 novembre 1915 a Catania, poco dopo l'entrata in guerra dell'Italia.

Capuana critico e teorico

Capuana fu l'assertore più corato del verismo, sostenitore instancabile del "metodo impersonale" che vide pienamente realizzato nelle opere dell'amico Verga, in quelle di De Roberto e in parte nelle proprie. Ebbe notevoli doti di critico, che a giudizio di alcuni furono superiori alle sue capacità inventive - dove veniva spesso a mancare proprio quella "forma vitale" che egli cercava nell'opera d'arte.

La poetica del vero

Nella raccolta di saggi Il Teatro italiano contemporaneo. Studi sulla letteratura contemporanea (1872) la poetica del verismo che Capuana aveva elaborato si poneva come regola fondamentale quella di ritrarre direttamente dal vero. Lo scrittore doveva assumere dalla vita contemporanea la materia e narrare fatti realmente accaduti, senza limitarsi a ritrarli dall'esterno, ma ricostruendo la storia cogliendo e rivelando tutto il processo mediante il quale il fatto si era prodotto.

Il metodo scientifico

La ricostruzione doveva avvenire attraverso il metodo scientifico, considerato il più idoneo a far parlare le cose direttamente impedendo che l'autore si servisse dei fatti come di un pretesto per esprimere sé stesso. Bisognava pertanto usare l'impersonalità.

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Linguaggio usato

Per poter inoltre condurre una ricostruzione del tutto veritiera era necessario usare una prosa duttile e viva, non retorica, che risultasse aderente ai fatti. Si richiedeva pertanto un linguaggio che non alterasse in nessun modo il mondo che si voleva rappresentare e Capuana scelse di proposito la lingua italiana.

Il gusto per la sperimentazione

«L'opera d'arte come organismo vivente - Quando l'artista riesce a darmi il personaggio vivente davvero, non so che dargli altro e lo ringrazio. Mi pare ch'egli mi abbia dato tutto quello che dovea. Pel solo fatto di essere vivente, quel personaggio è bello, è morale: e se opera bene e predica meglio, non nuoce: torno a ringraziar l'artista del più. E al pari del personaggio amo viva l'azione. L'azione allo stesso modo, pel solo fatto di esser vivente è bella, è morale: non bisogna pretendere l'assurdo. Sotto la veste dell'artista, convien rammentarselo, c'è sempre più o meno un pensatore. Se questi fa capolino un po' più dell'altro, tanto meglio; è quel che ci vuole a questi benedetti lumi di luna. Ma se si dovesse scegliere ad ogni patto, o l'uno o l'altro, io non esiterei, trattandosi di teatro, a scegliere l'artista.»

Conoscere la realtà che l'artista voleva rappresentare significava perciò conoscere tutti i nuovi strumenti che la cultura contemporanea poteva fornire, dall'indagine dei processi psicologici secondo i principi della fisiologia alla documentazione folkloristica per rappresentare il mondo contadino. Queste regole, proprie di tutti i veristi, rivelano in Capuana una grande apertura verso tutte le novità culturali che spiega la simpatia che lo scrittore proverà, a settanta anni, verso il futurismo, come anche la sua passione per l'allora nascente arte della fotografia, molto probabilmente interesse nato dal clima della Firenze degli Alinari durante il suo soggiorno fiorentino negli anni Sessanta. Più di un critico ha rimproverato a Capuana il gusto per la sperimentazione, ma è stato proprio questo gusto per la novità che gli consentì di difendere sempre le nuove tendenze e di farsi interprete della narrativa verghiana e delle opere del naturalismo francese. In seguito lo scrittore si dimostrò pronto a cogliere le tendenze spiritualistiche, estetizzanti e irrazionali, e fu incuriosito dalla parapsicologia. Capuana fu inoltre pronto ad abbandonare il verismo con Gli "Ismi" contemporanei e Arte e scienza, quando riconobbe che esso rappresentava solamente uno dei tanti ismi della letteratura contemporanea.

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Le opere narrative e drammatiche

Profili di donne

L'attività di critico trova riscontro nell'opera narrativa di Capuana dove, fin dagli inizi, con la raccolta di novelle Profili di donne del 1877 si coglie il tema principale della sua ricerca, quello della psicologia femminile, teso a ricostruire narrativamente i processi generatori dei "fatti umani" con un gusto per i racconti che hanno dello straordinario, ricchi di situazioni misteriose e personaggi enigmatici.

Giacinta

Nel 1879 Capuana pubblica il suo primo romanzo, Giacinta, nel quale si avverte un'esclusiva attenzione per il "documento umano".

Nel romanzo si racconta la storia di una donna che, avendo subito una violenza sessuale da bambina, si trova a dover scontare con tutta la sua vita e fino al suicidio la "colpa" che il pregiudizio sociale non le perdona.

Capuana, attraverso il punto di vista di un medico, cerca di rappresentare il personaggio "da scienziato" ma, come nota Ghidetti "il dottore, può solo prendere pessimisticamente atto di una predestinazione senza riuscire (anche per la grande confusione, è lecito dedurre, di maestri e dottrine che aveva in testa, proprio come il giovane Capuana) a penetrare il segreto di una rivolta consumata tutta all'interno della condizione femminile ed esaurita e spenta dall'autodistruzione". Ed infatti l'unico aiuto che la scienza potrà dare a Giacinta sarà il curaro, il veleno che il dottore le aveva dato come medicamento per il padre e con il quale la donna si ucciderà.

Giacinta fu il primo romanzo naturalista italiano e al suo apparire fu definito immorale. Esso, come lo stesso autore dichiara nella prefazione, fu composto dopo la lettura di Balzac, di Madame Bovary di Flaubert e dei Rougon Macquart di Zola, al quale è dedicato.

Il romanzo è puramente naturalista, c'è l'attenzione per i fatti patologici, in questo caso patologia morale, l'amore che diviene ossessione quindi malattia.

Fonte: Wikipedia, l'enciclopedia libera

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