Asserpolato e avaccevole
Tra le parole della nostra bella lingua da salvare metteremmo, questa volta, due aggettivi, l’uno denominale, l’altro deverbale: asserpolato (viene da serpe) e avaccevole (dal verbo avacciare , sollecitare, affrettare).
Il primo significa piegato a guisa di serpe, attorcigliato e simili. Una volta si adoperava per insegnare ai fanciulli a riconoscere la S : « quest’asserpolata è un’esse ». Crediamo che lo registri ancora solo il GDU del De Mauro.
Il secondo sta per sollecito, affrettato : si avvicinò a lui con passo avaccevole. Sembra si trovi ancora nel vocabolario del Palazzi.
Il modificante
Nessun sacro testo in nostro possesso specifica che l’avverbio è chiamato anche modificante perché modifica, per l’appunto, il significato di un verbo, di un nome, di un aggettivo o di un altro avverbio. L’avverbio, dunque, prende il nome dal latino adverbum, composto con ad- (accanto, presso) e con verbum(parola) e costituisce una delle nove parti del discorso. Non specificano inoltre — sempre i sacri testi in nostro possesso — che i modificanti (gli avverbi) si sogliono dividere in tre categorie: semplici, composti, derivati .
Sono semplici quei modificanti che non derivando da altre parole hanno forma autonoma: già; mai, bene; oggi, domani; ieri; forse; poco ecc. Sono chiamati composti quelli che in origine costituivano delle locuzioni avverbiali formate da due o più termini, poi fusi in un’unica parola (la così detta univerbazione): inoltre (in oltre); infatti (in fatti); indietro (in dietro); talvolta (tal volta) ecc. Si chiamano derivati, infine, i modificanti o avverbi che traggono origine da un termine mediante l’aggiunta di un suffisso, come -mente o -oni ( -one ): sereno/ serenamente ; bello/ bellamente ; onesto/ onestamente ; balzello/ balzelloni ; ginocchio/ ginocchioni ecc.
Accanto agli avverbi veri e propri ci sono le locuzioni avverbiali , che hanno il medesimo significato e la medesima funzione grammaticale dei modificanti. Sono frasi fatte costituite da gruppi di termini in sequenza fissa. Vediamone qualcuna: a poco a poco; or ora; a stento, d’ora in poi; all’improvviso; di frequente; per caso; di bene in meglio ecc.
Genere del nome (come si riconosce)
Il genere , in linguistica, è quella categoria grammaticale in base alla quale nomi, aggettivi e pronomi sono distinti in maschili e femminili (o in maschili, femminili e neutri). Questo genere è dato, per lo più, dalla desinenza con la quale finiscono tutte le parole.
In linea generale sono maschili i nomi terminanti in -o , femminili quelli che finiscono in -a , mentre quelli in -e possono essere tanto maschili quanto femminili.
Alcuni nomi, però, pure avendo una desinenza per il maschile e per il femminile, si assomigliano perché possono sembrare di genere mobile ( gatto, gatta; fanciullo, fanciulla ecc.), ma il loro significato è totalmente diverso perché sono vocaboli che non hanno nulla da spartire tra loro come, per esempio, il foglio e la foglia ; il cappello e la cappella ; il porto e la porta ; il punto e la punta.
Altri nomi, invece, pur avendo la medesima desinenza (tanto per il maschile quanto per il femminile) cambiano di significato a seconda che siano impiegati al maschile o al femminile ed è il caso — fra i tanti — del camerata (compagno) e della camerata ; del fine (scopo) e della fine (termine, conclusione); del pianeta (astro) e della pianeta (paramento liturgico); del capitale e della capitale (città sede del governo di un Paese).
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