La metafora
Vogliamo parlare di una figura retorica chiamata metafora, ritenuta la regina (delle figure retoriche) in quanto è il tropo più importante e quello che ha maggiormente interessato (e interessa tuttora) gli studiosi di lingua. Le definizioni della metafora sono state molte nella storia della retorica (arte del parlar bene), noi riportiamo — e facciamo nostra — quella di Aldo Gabrielli, uno dei maggiori linguisti del XX secolo:
«Dal greco μεταφορά metaphorà, trasferimento, vocabolo composto di μετἀ metà, altrove, e φέρω phèro, porto: è il traslato per eccellenza, per il quale si trasferisce a un vocabolo il significato di un altro vocabolo. Per fare un esempio, se noi diciamo “quell'uomo è una lumaca” abbiamo fatto una metafora, in quanto abbiamo addirittura identificato l'uomo con l'animale. La ragione artistica di questo traslato sta nella sostituzione di un'immagine concreta, più viva e colorita (lumaca) all'idea astratta (lentezza)».
La metafora, insomma, se adoperata con accortezza, dà un tocco di classe stilistica ai nostri scritti perché consiste nel trasferimento di un'espressione che indica una qualità, una cosa, una circostanza o quant'altro, dal suo ambito proprio a un ambito diverso dal primo che, però, ha qualcosa di essenziale in comune con questo.
Attenzione, però, a non confondere la metafora con la similitudine (la prima trasferisce il significato di un vocabolo a un altro, la seconda lo paragona).
Non a caso abbiamo scritto, all'inizio, che la metafora è la regina dell'arte del parlare e dello scrivere (retorica), una ragione c'è: è la figura retorica che ha dato il maggior contributo alla formazione del lessico. Una riprova? La testa, nell'accezione a tutti nota di parte superiore del corpo umano e di quello degli animali, proviene da un vocabolo latino che significava vaso di terracotta e scherzosamente era adoperato nel mondo dei nostri antenati romani pressoché nello stesso significato che oggi noi diamo al termine zucca per indicare, metaforicamente appunto, la testa.
C'è da dire, e concludiamo queste noterelle, che molto spesso la metafora nasce anche per necessità... linguistica (lessicale); ma non bisogna abusarne.
La lingua della stampa
Da un quotidiano in rete: «L'uomo fu crivellato di colpi nel 2013 dopo di una guerra tra 'ndrine per il controllo della droga nella Capitale».
Ci eravamo presi la briga di segnalare la svista (quel di di troppo) alla redazione, ma inutilmente. Evidentemente il corpo redazionale è convinto della correttezza di quel di. La nostra segnalazione — crediamo — sarà stata ritenuta errata...
Vediamo, allora, l'uso corretto di dopo dando la parola al linguista Vincenzo Ceppellini:
«Avverbio di tempo. Indica il tempo posteriore (Ci vedremo dopo; Dopo discuteremo). Talora ha valore di congiunzione (Dopo che sarai arrivato) (...). Usato come preposizione si costruisce direttamente, o con la preposizione 'di' davanti ai pronomi personali: dopo la sfilata; Dopo di te; Dopo tutti gli altri (...)».
Il ministro (servo) e la minestra
Il nostro idioma è ricco di parole di tutti i giorni, di parole, cioè, di uso comune che... usiamo tutti i giorni e che conosciamo per pratica ma dal significato intrinseco nascosto. Chi non conosce, ad esempio, il significato scoperto di minestra, vocabolo sulla bocca di tutti e che ha generato molti modi di dire, tra i quali — quello più conosciuto — è sempre la solita minestra, vale a dire è sempre la stessa cosa?
Se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana e leggere, alla voce in oggetto: minestra — vivanda per lo più brodosa che si mangia come primo piatto; pietanza di riso o pasta, in brodo con verdura o legumi o cotta in acqua, scolata e condita e, in senso figurato, operazione, faccenda. Questo, dunque, il significato scoperto. E quello nascosto?
Che cosa è, insomma, questa minestra? Lo scopriamo se risaliamo all'origine del vocabolo che è tratto dal verbo dell'italiano antico minestrare, vale a dire servire, particolarmente porgere, versare i cibi a tavola. E nei tempi antichi chi serviva i cibi a tavola? Il minister, cioè il servo, il domestico. Da minister (tratto dal latino minus, inferiore), vale a dire da colui che prepara e serve le vivande, si è fatto il latino ministrare, da questo l'italiano antico minestrare (somministrare) e, infine, minestra che propriamente vale vivanda servita o da servire in tavola.
Questo vocabolo — dicevamo all'inizio delle nostre noterelle — ha generato molti modi di dire. Vediamoli assieme. Mangiare questa minestra o saltare dalla finestra: accettare una condizione o ricevere di peggio; minestra riscaldata: cosa ormai passata che si vuol far rivivere a tutti i costi; essere un'altra minestra: è tutt'altra cosa; mangiare la minestra in testa a qualcuno: essere più bravo in qualche cosa; essere il prezzemolo d'ogni minestra: intrufolarsi dappertutto.
E a proposito di minestra, come non riportare due frasi celebri che hanno nobilitato questo vocabolo dal... sapore contadino? La prima la estrapoliamo dalle “Opere edite e inedite” di Carlo Cattaneo: niente di più stolto del ricco che trova troppo buona la minestra del contadino! Il contadino miserabile isterilisce la terra e spianta il possidente.
La seconda, da Pellegrino Artusi, nel suo “La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene”: una volta si diceva che la minestra era la biada dell'uomo.
E concludiamo questa modestissima chiacchierata con un'altra parola di uso comune e dal significato nascosto: mansarda. Cominciamo con il dire che non è un termine schiettamente italiano essendoci giunto dal francese mansarde.
Il significato scoperto, dunque, tutti lo conosciamo: piccola sopraelevazione di alcuni edifici a forma di abbaino con tetto a due spioventi e, per estensione, soffitta. Il significato coperto nasconde il nome dell'architetto francese François Mansart (1598-1666) che introdusse questo tipo di costruzione riconvertendo i sottotetti e già usati come abitazione nel periodo medievale.
Quanto ad abbaino, cioè al lucernario, vale a dire all'apertura sopra i tetti, per salirci sopra, o per dar luce a camere che stanno sotto il tetto viene dal genovese abbaén (fratino, piccolo abate).
«Da un documento del Quattrocento — ci fa sapere Gianfranco Lotti — si apprende che in Liguria questo termine era in uso per indicare la “tegola di ardesia”, di colore simile a quello dell'abito di certi frati. A maggior ragione fu chiamata abbaino ogni finestra, praticata sui tetti, con copertura a due spioventi, la cui forma ricorda il cappuccio dei monaci».
Restando in tema di etimologia (e per assonanza), è interessante scoprire l'origine di abate che, attraverso il latino abbate(m), passando per il greco ecclesiastico ci conduce all'aramaico ab (padre). Gli abati, i frati, non sono i nostri padri?
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