L'occhio clinico
Quante volte, cortesi amici lettori, avete sentito dire o detto voi stessi che quella persona ha l’occhio clinico, cioè è in grado di affrontare con prontezza una situazione o di giudicare un’altra persona in quanto, figuratamente, ha l’occhio clinico, appunto, vale a dire l’occhio abituato?
Ma se clinico — in senso lato — significa malato come fa un occhio non perfetto a vedere prontamente una determinata situazione? Per capire come è necessario studiare la nascita del sostantivo-aggettivo clinico e tornare indietro nel tempo fino all’antichità classica, precisamente greca. I Greci, infatti, sono stati gli inventori della clinica. Ma andiamo con ordine.
Nel vocabolario degli antichi Greci c’era un verbo, κλίνειν (klìnein), che significava piegarsi, inchinarsi (da cui il nostro inclinato) giacere; da questo verbo, con il tempo, coniarono il sostantivo κλίνη (kline), che serviva per indicare qualunque cosa sulla quale ci si può adagiare, giacere e, per antonomasia, il... letto.
Ma non è finita. Scoperto il letto, crearono l’uomo a letto, cioè il κλινικός (klinikòs) (adagiato sul letto, appunto), e poiché — come si sa — l’uomo a letto, molto spesso è ammalato, il sostantivo finì con l’indicare l’ammalato, l’infermo.
A questo punto intervengono i nostri antenati Latini che dal greco κλινικός (klinikòs) foggiano l’aggettivo clinicus riferito al medico e dicono medicus clinicus; poi, sostantivandolo, solo clinicus, vale a dire il medico che visita (inchinandosi) l’infermo a letto.
Il vocabolo, in seguito, è giunto a noi sia in forma sostantivata sia in forma aggettivale: medico clinico; preparato clinico; occhio clinico, cioè occhio particolarmente esperto.
Così pure la clinica (sottintendendo arte) indica la parte dell’insegnamento medico che si apprende direttamente presso il letto del malato e, per estensione (sottintendendo casa), il luogo dove si svolge tale insegnamento. Il policlinico cosa è, infatti, se non più case, cioè più cliniche specializzate per la cura delle diverse malattie?
Più bene? Bene
Ci sono alcuni insegnanti che — non sappiamo per quale motivo logico-grammaticale — sostengono che il comparativo di maggioranza di beneè solo meglio; la forma più bene, quindi, è errata. Se così fosse dovrebbero condannare il meno bene che, invece, è correttissimo.
Si può benissimo dire e scrivere, quindi, che Giovanni parla lo spagnolo più bene di Mario, anche se è preferibile la forma meglio: Giovanni parla lo spagnolo meglio di Mario. Per la legge grammaticale, insomma, entrambi i comparativi sono corretti.
Occorre dire però — per onestà linguistica — che è preferibile l'uso di meglio in luogo di più bene quando il comparativo di bene assume il significato avverbiale di in modo migliore. Useremo più bene, invece, allorché bene ha valore di sostantivo con il significato di un bene maggiore: ha fatto più bene lui, in due giorni, all'ufficio che non Filippo in cinque anni.
La vendetta...
Chi, tra i nostri gentili lettori, non ha mai meditato vendetta contro qualcuno scagli — come usa dire — la prima pietra. C'è qualcuno, infatti, che possa dire, onestamente, di non aver mai ricevuto un'offesa, un sopruso e di non aver pensato di vendicarsi?
«La vendetta — diceva Francesco Bacone — è una specie di giustizia selvaggia». Nessun lettore ha mai pensato, per tanto, di trasformarsi in un giustiziere selvaggio? Stentiamo a credere di no. Ma cos'è questa vendetta?
I vocabolari, alla voce in oggetto, recitano: «Offesa, morale o materiale, inflitta, per ritorsione, a un'offesa personalmente subita». Fin qui, tutto chiaro. A noi interessa, però, la vendetta sotto il profilo prettamente linguistico.
L'origine del nome sembra sia il latino vindicta, cioè la verga con la quale si toccava il capo di uno schiavo nell'atto di affrancarlo, cioè di liberarlo dalla schiavitù. La vendetta, quindi, è una liberazione. Colui che si vendica non 'libera', infatti, l'animo da certi sentimenti?
La cosa, però, non ci convince molto in quanto è solo una supposizione. L'origine resta incerta. È certo, invece, il fatto che la vendetta è un sostantivo deverbale, derivando dal verbo vendicare. Vediamo, allora, ciò che dice, sul verbo vendicare il linguista Ottorino Pianigiani:
Etimo.it - vendicare
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