L'amico del bus
Probabilmente ci ripeteremo, ma siamo rimasti sconcertati nel sentire, mentre aspettavamo il tram, una discussione tra alcuni studenti che sostenevano la tesi secondo la quale filobus, sotto il profilo etimologico, significa amico del bus. Costoro dicevano, infatti, che se filantropo significa amico dell'uomo, filobus è... amico del bus.
Che sciocchezze, giovanotti. A scuola non vi hanno insegnato (si fa per dire, vista la preparazione linguistica di certi docenti, anche universitari) che c'è filo e... filo?
Il filo che forma la parola filantropo è un prefisso di origine greca, φίλος philo, dal verbo φιλέω philèo ('amo'), e serve per la formazione di parole composte che indicano — secondo i casi — amicizia, cultura, amore per qualcosa: filosofia, amore per la scienza.
L'altro filo, invece, è il latino filu(m) e si adopera per la formazione di parole composte che indicano trasporto o comunicazione mediante un filo: filodiffusione, filovia, filobus.
Le scarpe
Due parole, due, sulle scarpe. La scarpa, usiamo il singolare, non è voce schiettamente italiana, sembra sia arrivata a noi dal germanico skarpa (tasca di pelle, sacca di pelle).
Le scarpe, infatti, a ben vedere, non sono una tasca in cui si infilano i piedi? Queste tasche hanno dato origine a molti modi di dire; citiamo i più comuni: non essere degno di lustrare le scarpe a qualcuno, vale a dire essere inferiore; rimetterci anche le scarpe, rovinarsi economicamente; mettere le scarpe al sole, morire di morte violenta (e improvvisa); essere una scarpa vecchia, essere, cioè, una persona considerata inutile; avere le scarpe che ridono, ossia scucite.
Quest'ultimo modo di dire, forse poco conosciuto, si spiega con il fatto che quando si cammina con le scarpe scucite il movimento del piede solleva la tomaia (la parte superiore della scarpa) dalla suola e le scarpe, quindi, sembrano... ridere.
L'ablutofobia
«Cortese dott. Raso,
per caso mi sono imbattuto nel suo meraviglioso blog: cercavo una regola grammaticale. Ho visto che risponde anche ai quesiti. Ne approfitto per sottoporgliene uno. Mio figlio, grandicello (10 anni), ha una tremenda paura dell'acqua; tutte le volte che deve fare il bagno sono... dolori: piange e si dimena. La domanda è: c'è un termine per indicare questa malattia (paura del bagno)?
Ho consultato tutti i vocabolari in mio possesso senza venirne a capo perché, onestamente, non so che voce cercare. C'è, dunque, un termine che fa alla bisogna?
Grazie in anticipo.
Giovanni T.
Forlì»
Sì, gentile Giovanni, c'è un termine, non registrato da tutti i vocabolari dell'uso perché prettamente scientifico: ablutofobia.
È un sostantivo femminile ibrido perché composto con il verbo latino abluere (lavare) e la voce greca φόβος fobos (timore, paura, panico), letteralmente significa paura di lavarsi.
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