Guadagnare: il suo uso improprio

Il verbo guadagnare, come recitano i vocabolari, significa ricevere remunerazione del proprio lavoro; ottenere qualcosa come riconoscimento del proprio impegno, delle proprie qualità”: guadagnare 800 euro il mese; guadagnare la simpatia delle persone ecc. Nel verbo in questione, insomma, è insito e sottinteso un lavoro, una fatica fisica o intellettuale.

Taluni lo adoperano — col beneplacito di alcuni vocabolari — alla francese con il significato di vincere e simili: guadagnare 300 euro al gioco; guadagnare una scommessa. In questi esempi dove sta la fatica insita nel verbo? È un uso, questo, che gli amatori della buona lingua non debbono seguire.

Ancora peggio l’uso di guadagnare — adoperato soprattutto dagli intrattenitori televisivi — con il significato (che non gli è proprio) di raggiungere, arrivare, entrare, giungere e simili: se gli ospiti vogliono guadagnare l’uscita. Ci sembra che il Pianigiani metta bene in evidenza che si raggiunge qualcosa sempre con l’aiuto della forza (fatica) o dell’intelligenza (intelletto): Etimo.it guadagnare

30-06-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Sembrare un topo uscito dall'orcio

Quest’espressione si riferisce alle persone che, per un qualunque motivo, sono bagnate fradicie, con gli abiti attaccati al corpo e i capelli appiccicati alla testa; ma soprattutto si dice di persone che amano avere i capelli impomatati, unti di brillantina, di gel e prodotti simili.

Il modo di dire richiama alla mente l’immagine del topo che esce da un orcio, dove un tempo si teneva l’olio, con il pelo unto, quindi, e di conseguenza appiccicato alla pelle. Non intendiamo offendere nessuno, amici, ma possiamo assicurarvi di conoscere, ahinoi, moltissimi uomini che sembrano dei topi usciti, appunto, da un orcio.

28-06-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Venire alla ribalta

Questo modo di dire non avrebbe bisogno di spiegazioni essendo conosciutissimo e sulla bocca di tutti. Si adopera, infatti, riferito a una persona che improvvisamente acquista notorietà imponendosi all’attenzione del pubblico per qualche fatto di particolare importanza. Si dice anche, sempre in senso figurato, di avvenimenti che improvvisamente diventano di notevole attualità.

L’espressione deriva dall’usanza degli attori di presentarsi alla ribalta per ringraziare il pubblico, al termine di una rappresentazione teatrale. Per ribalta si intende, oggi, il proscenio, ma quando nacque — due secoli fa, circa — era una lunga tavola di legno fornita di cerniere in modo da poter essere ribaltata, ai bordi del palcoscenico, per impedire alle luci esterne di illuminare la scena. In seguito venne montata davanti alle lampade su perni girevoli permettendo, così, di poter regolare l’intensità della luce.

Sempre dalla ribalta del teatro sono derivati altri modi di dire, di uso comune, tra i quali ricordiamo essere sotto le luci della ribalta, vale a dire essere al centro dell’attenzione, come un attore illuminato dalle luci del proscenio, espressione riferita, naturalmente, a persone che si mettono in luce per un particolare motivo; sognare le luci della ribalta, cioè cercare il successo, la notorietà, come un aspirante attore desidera esclusivamente di... arrivare.

27-06-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink